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LA GUERRA SILENZIOSA 6/12/10

Reportage dal Chiapas

Nico Caforio

Lunedi' 6 Dicembre 2010

San Cristóbal de Las Casas- La città, capitale dello stato messicano del Chiapas, è un via vai di turisti in estate. Tutto è apparentemente tranquillo e i mercatini di oggettistica indigena sono presi d’assalto dai forestieri. Ciò nonostante, basta fare qualche domanda per capire che la vicenda che la fece conoscere in tutto il mondo, la rivolta zapatista, è tutt’altro che conclusa.

Uscendo dal centro cittadino e percorrendo le verdi strade chiapaneche, sono frequenti i posti di blocco organizzati dagli uomini, dalle donne e dai bambini incappucciati, che spesso sono passaggi obbligati anche per gli autobus che conducono i viaggiatori alle zone di maggiore interesse turistico. Quando non si incontrano uomini con i passamontagna armati di fucili, sono i bambini poggiati con discrezione al lato delle carreggiate a controllare che nessun sospetto passi all’interno delle autovetture che transitano nei pressi delle basi dell’Ezln (Esercito di Liberazione Nazionale). Quantificare il numero dei guerriglieri è difficile, da una parte perché, per ovvi motivi, costantemente ridimensionato dal governo, dall’altra perché la condizione di clandestinità nella quale versano non consente loro di fare sfoggio della propria appartenenza.

Il governo del partito di centro-destra PAN di Felipe Calderón, divenuto premier nel 2006, ha deciso di trattare il problema indigeni utilizzando un doppio binario: silenzio mediatico e repressione militare. Il primo non è difficile da attuare visto che, secondo la classifica stilata dall’organizzazione non governativa Presse Embleme Campagne, il Messico è il Paese al mondo più difficile per gli addetti all’informazione (nei primi sei mesi del 2010 sono stati uccisi 9 giornalisti e molti altri sono stati rapiti o sono scomparsi). Nemmeno la repressione militare è da considerarsi un'opzione secondaria per l’esecutivo. I gruppi paramilitari, che vengono così definiti perché si infiltrano con abiti civili all’interno dei territori controllati dalla guerriglia, invadono costantemente le linee di confine concordate con L’Ezln, compiendo spesso veri e propri massacri. Anche in questo caso la copertura, o non denuncia, degli organi di informazione rende difficile determinarne le conseguenze.

Costantemente sotto pressione, la presenza e il ruolo politico degli uomini del celebre subcomandante Marcos non accennano però a venir meno. Gli zapatisti vantano un significativo sostegno nella regione. Le scritte che appaiono su quasi tutte le pareti delle cittadine chiapaneche li incitano a resistere alle azioni militari messe in piedi dai corpi speciali della sicurezza messicana e manifestano l’appoggio della popolazione. Intanto, in silenzio, i vertici stessi dell’esecutivo evitano di ricreare il clima che portò all’occupazione zapatista della capitale San Cristóbal de Las Casas nel capodanno del 1994 e mostrò la faccia violenta del Messico al mondo.

Un esempio tangibile della volontà di non riproporre ai quotidiani e alle tv quanto verificatosi oltre quindici anni fa, sta in quanto accaduto recentemente a Palenque, culla della civiltà maya. Attorno al centro archeologico dell’area, il governo ha dato mandato di radere al suolo gli alberi e di destinare la zona agli indigeni della città ora residenti vicino alle colossali piramidi, in maniera che non siano più di impaccio ai turisti. Gli zapatisti hanno subito fatto sapere di non voler accettare l’espropriazione della terra a danno degli storici abitanti di Palenque e hanno marciato a cavallo sull’immenso bosco, divenuto ora prato. Passate poche settimane l’iniziativa, almeno sino ad ora, è stata ritirata.

Probabilmente è apparso sin da subito evidente che continuare un’azione culturalmente tanto violenta (i guerriglieri dell’Ezln rivendicano con forza la loro appartenenza all’antica cultura maya) avrebbe rappresentato una vera e propria dichiarazione di guerra. Il movimento, formato da gruppi indigeni di differenti lingue e tradizioni, si ritrova compattamente nell’accettazione della filosofia maya. A darne dimostrazione ci sono i numerosi graffiti disegnati nelle basi zapatiste che raffigurano passamontagna all’interno di una pianta di mais. E’ infatti il mais, secondo gli zapatisti e l’antica civiltà, a essere la vera metafora del mondo, frutto della collaborazione tra gli elementi naturali e l’uomo.

Numerose fonti non ufficiali credono, a tal proposito, che il 2012 (anno nel quale, secondo i maya, si verificherà una mutazione dell’asse terrestre destinato a cambiare gli equilibri mondiali) possa rappresentare un nuovo passo per la causa degli indigeni, forse con una nuova offensiva. La storia del conflitto tra gli zapatisti e il governo messicano dimostra che i “senza volto” hanno fatto spesso utilizzo delle date per fare le proprie rivendicazioni, come nel caso della marcia sulla capitale di San Cristóbal che coincideva con la firma del trattato del Nafta (l'accordo economico tra Usa, Canada e Messico). Trattato che, secondo l'Elzn, era completamente a danno delle minoranze locali.

Nonostante il fervore delle istanze zapatiste non si sia affievolito, è però innegabile che l’azione del governo di Calderón sia riuscita a comprometterne il risalto internazionale. Da molti visto come una nuova frontiera della lotta al sistema capitalistico, il conflitto si sta sempre più ridimensionando alla sola sfera nazionale e il numero di chi fa riferimento a quanto avvenuto in Chiapas per dar supporto a una nuova cultura politica, diminuisce ogni giorno di più. Gli stessi caracol (chiocciola), veri e propri fortini dei guerriglieri indigeni, sono oggi più isolati e lontani di quanto non fossero cinque anni fa, quando erano invece considerati dei veri e propri modelli politici da esportare. Gli zapatisti, proprio per questo a volte tacciati di essere troppo attenti al dar risalto all’immagine della propria causa, soffrono l’isolamento mediatico al quale sono sottoposti, consapevoli di non poter vincere con il solo uso delle armi. Il Chiapas, oggi, è uno Stato molto diverso da come era sedici anni fa, ma molto diverso anche dal silenzio dei giornali e delle tv che lo circonda, che lo descrive come un campo di battaglia abbandonato dopo una lunga lotta.



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