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L'ultimo spettacolo dell'attore-regista romano ha appena chiuso i battenti alla sala studio del Teatro Vascello di Roma: una rilettura della tragedia di Eschilo tutta giocata sulla sovrapposizione tra l'immagine del titano punito e quella del Cristo crocefisso. Il lungo urlo di un teatro potente e marginale che, attraverso il mito, confessa se stesso e le speranze tradite del Novecento

Attilio Scarpellini

Mercoledi' 2 Febbraio 2011
Quello di Alberto Di Stasio è, da sempre, un teatro di immagini, una lanterna magica di apparizioni esorbitanti: da ogni suo spettacolo si torna con l’impressione straniante di aver passato un certo tempo guardando nel buco della serratura del sogno di qualcuno. E dunque non stupisce che la forma tragica sia la prediletta di questo attore-regista che, proprio come il titano punito messo in scena nella sala studio del Teatro Vascello, insiste a portare i suoi bagliori visionari, le sue fiamme fredde accese nella notte, e riscaldate da una voce classica, nella marginalità del teatro di ricerca. Non stupisce perché la struttura di rappresentazione del sogno, con la sua contrazione temporale, è quanto di più simile esista a quella della tragedia greca e alla sua ricapitolazione icastica. Ma il regista e il protagonista del Prometeo incatenato – che nel 1991 fu quello di un’Orestiade confusa nell’euforia elettrica di una metropoli notturna affacciata sul ritorno della guerra – va dalla tragedia al sogno. E come in ogni sogno, l’identità dei personaggi oscilla sul filo dell’ambiguità e dell’anacronismo, entra ed esce nel corpo dissolto del padre: se sia Prometeo, allora, o Cristo, l’uomo abietto e balbuziente che traversa la sala con i pantaloni calati in attesa di essere sempre e di nuovo torturato dalle menzogne del cielo, è difficile a dirsi. Le sue oceanine o le sue Marie (Anna Basti, Marta de Ioanna, Elettra Mallaby) lo accudiscono come un puer aeternus, danzano attorno alla sua derelizione di ribelle, romantica, perché ostinata come un vizio. Il suo esilio dall’olimpo degli immortali è un piccolo camposanto, un recinto illuminato da candele come un’iconostasi da chiesa greco-russa. Ognuna delle parole del suo lamento continuo viene dalla tragedia senza azione di Eschilo e nel contempo intona e bisbiglia senza posa il tema percussivo della distanza dal padre che poi si concretizzerà in quella invocazione sonoramente straziante che è il lama sabactani, quell’urlo, quello squarcio sulla tela delle passioni cristiche di cui non si è mai capito fino in fondo se si tratti di una preghiera o di una bestemmia. Di certo, il parossismo statico del Prometeo di Di Stasio, dove il teatro-danza di Gloria Pomardi si inserisce come un contrappunto (ribadendo la fondamentale, e in questo caso indomita sfiducia espressiva che il Di Stasio regista nutre, a dispetto delle sue stesse qualità da attore, nei confronti della parola), è teso interamente a quest’urlo, lo cova, lo annuncia, lo prepara ritualmente tra le derisorie rovine del suo limbo. Lo fa passare attraverso l’ironia e il melodramma con quel gusto per il livore farsesco e l’iperbole barocca che colora l’entrata in scena di Gianni Caruso nelle vesti di Oceano, sull’onda canora di una canzone napoletana magistralmente gesticolata. Lo fa risuonare come un liberatorio anacronismo nella sequenza più lancinante di tutto lo spettacolo: le beatitudini pronunciate da uno spastico (lo stesso Di Stasio) sulla melodia crescente dell’Internazionale (cantata in russo dal Coro dell’Armata Rossa!), una visione talmente sintetica del Novecento, e del suo fallimento, che lascia a bocca aperta come una pugnalata a tradimento. Perché, come scrisse qualcuno, un cliché da solo è stucchevole, cento insieme commuovono. Il fuoco donato ai mortali dal titano che li “distolse dal pensiero della morte” è lo stesso che riveste di un’aura rossa il Cristo della Montagna e che poi rivive, sempre cadendo – precipitando dal cielo degli olimpi – nel cristo collettivo e fallimentare del messia socialista. Un dio del pathos contro un dio dell’ordine si dispone eternamente alla stessa sconfitta, alla stessa tortura, alla stessa messa in ridicolo che i signori del cielo gli hanno riservato nella storia. E’ dalla crisi di giustizia della razionalità olimpica, insomma, che Alberto Di Stasio vede salire la sua e la nostra tragedia. Ma di tutto questo in scena resta la dizione disturbata di uno spastico e poi l’urlo impresso su un muro bianco dal gesto di una crocifissione, come se soltanto l’oltranza delle immagini potesse sopravvivere alla catastrofe dei valori in cui, in fondo, ogni tragedia è immersa. E’ questa scelta cruda, essenziale, e a conti fatti squisitamente performativa, che detta la visione dello spettacolo, anche quando i movimenti coreografici, invece di propiziarla, la intralciano e la rallentano (non sempre: l’irruzione di Daniela Ricci nei panni di Hermes, tuta nera e casco da motociclista, ad esempio, è di grande incisività figurativa) o quando le catene del testo che costringono il Prometeo attoriale sulla roccia della tradizione stridono come quelle trascinate da un fantasma. Dovrebbe liberarlo definitivamente questo titano, Alberto Di Stasio, con un drastico ritorno sui “suoi” anni ’70, quando la performance riscriveva senza remore, talvolta senza pudore, il canone tragico. Il suo slittamento cristico, a quel punto, brillerebbe di una purezza irreprensibile: l’unica possibilità di scendere dal cielo alla terra, squassando il corpo del mito. Qua e là, invece, gli si rimprovera la sua trasgressione. Fingendo di ignorare che, da tempo, la “sovrapposizione tra Prometeo e il Cristo” è iscritta nel cuore dell’iconografia occidentale. Guardate la tela di Dirk Van Baburen Efesto incatena Prometeo (1623, nell’immagine). E dite se quella che vedete non è una crocefissione (o una deposizione).



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