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Il filo rosso che lega i dissensi, da Praga a Tunisi. Viva la web-rivoluzione tunisina

Paola Caridi

Sabato 15 Gennaio 2011

Non pensavo di trovare conferma alla mia tesi che lega il dissenso eurorientale con quello arabo - descritto qualche anno fa nel mio Arabi Invisibili - sul più importante portale tunisino dell’opposizione, nawaat.org, sino a ieri impossibile da vedere in Tunisia, per la censura che strangolava tutto il web nazionale. Astrubal, su nawaat.org, traccia addirittura una linea rossa che unisce un ragazzo di Praga, Jan Palach (che la mia generazione si ricorda ancora oggi come fosse successo appena ieri), con Mohammed Bouazizi, il ragazzo di Sidi Bouzid, un ambulante, che si è dato fuoco a dicembre. Dal suo sacrificio, come allora, è iniziata la web-rivoluzione tunisina. E continuo a chiamarla tale perché solo un mezzo potente come internet è stato non solo brodo di coltura, ma rete, collegamento, agorà per migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia di ragazzi. Se è vero che a Facebook, in un paese di oltre 10 milioni di abitanti, sono abbonati due milioni di tunisini, questa ipotesi a senso. Ha senso perché anche Mohammed Bouazizi, da Sidi Bouzid, era abbonato, e a Facebook – racconta Astrubal – aveva affidato qualche riga. I suoi ultimi pensieri.

Mohammed Bouazizi come Jan Palach. Il dissenso che si fa gesto disperato. Eppure, rimane dissenso e contagia chi era già stato esposto, per anni al virus. Per così tanti anni, da far ricordare all’autore dell’articolo su nawaat.org che il dissenso via web aveva già avuto altri morti e altri martiri. Il primo, il più importante, Zouhair Yahyaoui, il creatore di TuneZine, il primo web-magazine che fece provare a Yahyaoui prigione, tortura e morte. Da samizdat su macchina da scrivere e ciclostile, a e-samizdat affidati al vento di internet: la linea rossa continua, è quella di un dissenso che non si può reprimere più di tanto, perché la pentola – dice una mia amica che ha scelto di rimanere a Tunisi – poi alla fine scoppia.

Detto francamente, non mi aspettavo che un paragone del genere mi arrivasse direttamente sullo schermo dal web tunisino. Non mi aspettavo che la memoria di Jan Palach avesse traversato il Mediterraneo…

Solo nel mondo arabo, per spiegare ciò che succede, si citano poesie. E’ nell’animo arabo, nella cultura popolare, nei sentimenti. Marwan Bishara, il più importante analista politico di Al Jazeera, cita il più grande poeta tunisino per spiegare come mai questa Web-Rivoluzione del Gelsomino sia stata così veloce e impossibile da fermare.

The simplest and perhaps the most accurate answer was “provided” almost a century ago by Tunisian poet Abu Al-Qasem Al-Shabi (Schebbi), in his Defenders of the Homeland which became the most popular verse in Arab poetry, and used in the Tunisian national anthem: “When people decide to live, destiny shall obey, and one day … the slavery chains must be broken.”

Andrei più avanti di Bishara, e aggiungerei anche che nel mondo arabo non si può mai prevedere quando la pentola scoppierà, quando le catene si romperanno. Un giorno succede, con un ragazzo disperato che si dà fuoco. Che non fa il kamikaze, ma diventa l’esempio che non si deve avere più paura, perché non si ha nulla da perdere se non una vita disperata. Ma non si potrà mai prevedere quando. E se avrà successo. Mentre scrivo, i ragazzi dei paesi accanto, soprattutto dell’Algeria e dell’Egitto, scrivono virtualmente ai tunisini, onorano il loro coraggio, si chiedono perché mai loro – sinora – non lo abbiano avuto. Io non so se l’effetto domino andrà in scena ....

Per continuare a leggere l'analisi di Paola Caridi, collegati al suo blog, invisiblearabs



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