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L'ULTIMA MOSSA DI BEN ALI' 14/01/2011

Con un discorso alla nazione giovedì sera, il presidente tunisino Zine El Abidine Ben Alì cede alle richieste dei cittadini in rivolta e promette la fine della censura, la libertà di stampa e l'abbassamento dei prezzi dei generi di prima necessità. La polizia cessa il fuoco. Cauta la reazione delle opposizioni, in Tunisia e in esilio. Ma a Tunisi sembra iniziata una nuova stagione che potrebbe estendersi a tutto il Maghreb. Un commento.

Enzo Mangini

Venerdi' 14 Gennaio 2011
Ha capito che avrebbe potuto fare la fine di Nicolae Ceaucescu. Ha capito e con la lucida scaltrezza che è una delle sue caratteristiche politiche più spiccate, Zine El Abidine Ben Alì, il dittatore di Tunisi, ha parlato alla nazione in rivolta. In un messaggio televisivo trasmesso alle 20 di giovedì, Ben Alì ha promesso che non si candiderà a un nuovo mandato presidenziale - sarebbe stato il sesto - allo scadere del mandato attuale, nel 2014. Dopo 23 anni di regime, la Tunisia si avvia così a una nuova fase politica, difficile e delicata. Al potere dal 1987 dopo un colpo di stato favorito dai servizi segreti italiani per estromettere dal potere il padre della Tunisia moderna Habib Bourghiba, Ben Alì scommette sulla propria capacità di gestire la transizione. «Ho compreso le vostre ragion», ha detto il presidente con il suo fare paternalistico, e ha promesso la fine della censura sulla stampa e su Internet, l’abbassamento dei prezzi dei generi di prima necessità - la scintilla della rivolta delle ultime settimane - e la libertà di manifestare. Il dittatore di Tunisi ha anche ordinato alla polizia di smettere di sparare sulle manifestazioni e la creazione di una commissione di inchiesta indipendente sulla corruzione. Non è detto che questo basti a placare le proteste, anche se i festeggiamenti visti a Tunisi dopo il discorso del presidente indicano che il clima può rapidamente cambiare. Di certo però sono l’inizio della fine del regime tunisino, esemplare caso di governo arabo «moderato» solo nei rapporti con l’Occidente, in particolare con Francia e Italia. Verso i propri cittadini, e soprattutto verso i dissidenti, il governo tunisino è sempre stato durissimo.
Ci sono voluti sessanta morti e un numero ancora imprecisato di feriti prima che il regime, e finalmente anche alcuni dei governi europei che lo hanno appoggiato in questi decenni, Parigi in primis, si rendesse conto che le ore erano ormai contate e che l’alternativa si era ridotta solo alla scelta di una exit strategy: cercare una via di fuga concordata o rischiare, oltre a ulteriori bagni di sangue, di dover fuggire dal paese o di morirci sull’onda di una protesta che dice pane ma intende libertà.
Sarebbe imprudente sottovalutare il vento di Tunisi e l’incapacità, specialmente italiana, di leggerne il senso. Il comunicato della Farnesina, arrivato solo mercoledì 12, è clamorosamente fuori bersaglio: «E' necessario condannare senza se e senza ma ogni forma di violenza contro civili innocenti, ma anche sostenere un governo come la Tunisia che ha pagato un prezzo di sangue per il terrorismo: noi siamo sempre dalla parte della lotta al terrorismo», ha detto Franco Frattini. Una dichiarazione che illumina il sottotesto dell’idea di relazioni con i paesi arabi che una parte consistente dei governi europei ancora nutre nonché l’asimmetria del discorso sul rispetto dei diritti umani. Il ministro degli esteri che chiede l’intervento dell’Europa dopo l’attentato contro i cristiani copti ad Alessandria d’Egitto in nome della libertà religiosa, difende un governo che ordina alla polizia di sparare sui cittadini che chiedono libertà. E’ il modo migliore per alienarsi le simpatie dei cittadini arabi e per rafforzare l’impressione che la libertà e i diritti civili siano un randello da agitare solo contro quei governi che non si allineano agli interessi o ai desideri dell’Occidente. E’ il modo migliore per estendere ai sostenitori internazionali l’odio contro un governo liberticida e corrotto.
Se la Tunisia è davvero avviata verso una riforma democratica, stavolta non «esportata» dagli eserciti occidentali ma prodotta dall’indignazione dei cittadini, lo si vedrà nelle prossime settimane. L’opposizione, in Tunisia e in esilio, è giustamente cauta perché di un dittatore non ci si può fidare, mai. Se i caroselli di auto che hanno animato la notte di Tunisi non sono solo una fiammata incauta di entusiasmo ma l’inizio di un cambiamento troppo a lungo rimandato, in tutto il Maghreb potrebbe aprirsi una nuova stagione politica e sociale. Dopo la Tunisia di Ben Alì, infatti, potrebbe toccare all’Algeria di Bouteflika e poi soprattutto all’Egitto di Mubarak, già molto traballante. Fino al Marocco, di Mohammed VI e alla Libia di Gheddafi, il più amico tra i dittatori.

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