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Dall'Egitto alla Tunisia, passando per l'Algeria, quello che non abbiamo capito delle dinamiche politiche e sociali di un pianeta che è appena dall'altra parte del Mediterraneo

Paola Caridi

Giovedi' 13 Gennaio 2011
All’apparenza, nulla dovrebbe unire l’attentato di Capodanno alla Chiesa dei Santi di Alessandria d’Egitto con la rivolta iniziata a dicembre a Sidi Bouzid e diffusasi ora sino alle strade di Tunisi. Un attentato sanguinoso con una rivolta di ragazzi per il pane e le rose? Non può essere. Il filo rosso che le unisce, però, c’è. E non è quello che succede nelle piazze, nelle strade di Sidi Bouzid o Alessandria d’Egitto, quanto piuttosto quello che succede nei palazzi presidenziali, nelle stanze nascoste dei regimi al potere a Tunisi o al Cairo.

Zine el Abidine Ben Ali, così come Hosni Mubarak, sono i nostri campioni di moderatismo. Sono i migliori alleati dell’Occidente. Prevengono l’ascesa dell’islam politico. Conservano la stabilità dei loro paesi, come se stabilità fosse sinonimo di ibernazione, di congelamento della democrazia. Poi, nei giorni del breve inverno nordafricano, si scopre che né Egitto né Tunisia sono paesi stabili. Che un attentato sanguinoso a una chiesa ortodossa di Alessandria nasconde non solo e non tanto tensioni settarie, quanto una mancata riforma del regime per trasformarlo in una vera, sostanziale democrazia. Alaa al Aswani, che ho intervistato per l’Espresso (sul numero ancora oggi in edicola), dice che “il regime non è innocente”, perché ha consentito all’islamismo radicale salafita di fecondarsi, in funzione anti-Fratelli Musulmani. Una cosa nota da tempo, non solo agli studiosi di politologia egiziana, ma a tutta quella fascia di uomini e donne a metà tra il giornalismo e l’analisi della politica internazionale che tentano di mostrare all’Occidente che il mondo arabo lasciato vivere (sopravvivere) in queste condizioni non è un fattore di stabilità per noi. Al contrario.

Stesso dicasi per la Tunisia. Sono anni che sento ripetere non solo ai politici italiani, ma all’uomo e alla donna della strada che “però, almeno la Tunisia ci protegge dai fondamentalisti, e il velo è vietato per legge, e Ben Ali è laico”. Laici sono anche moltissimi dei blogger, moltissimi dei ragazzi per le strade della rivoluzione del gelsomino che infiamma la Tunisia. E allora cos’è successo? Cos’è che non abbiamo capito? Francamente, e personalmente, noi – nel senso di quella terra di mezzo tra giornalismo e analisi – avevamo già capito, a mo’ di Cassandre. E’ solo che non ci avevate ascoltato (sulla Stampa di oggi, c’è un mio articolo sui blogger, da dove sono nati, perché sono cresciuti).

Scusate lo sfogo, ma mi fa male, nelle viscere, vedere la disperazione nei ragazzi che si danno fuoco. Mi fa male, nelle viscere, vedere il sangue su una chiesa di Alessandria d’Egitto. Si poteva evitare, a essere meno miopi, più coraggiosi, a essere meno ignoranti....


Per continuare a leggere l'analisti di Paola Caridi, collegati al suo blog invisiblearabs



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