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Come interpretare la realtà e le follie di una città particolare. Tra questioni di trasporto e di immobili, seguendo il filo degli ultimi esempi di cronaca (nella foto, la demolizione dell'Hotel Shepherd a Gerusalemme est). Costruiranno, al suo posto, una piccola colonia israeliana

Paola Caridi

Martedi' 11 Gennaio 2011


Vivere in Medio Oriente significa assumere piccoli tratti di follia per riuscire (almeno in parte) a comprendere la realtà. E soprattutto tentare di non stupirsi o – a seconda dei casi – indignarsi. Se, dunque, un’amica (palestinese) ti racconta del suo complicatissimo viaggio andata e ritorno negli Stati Uniti, paese di cui ha il passaporto, l’unica reazione è quella di farsi una risata, e commentare con un tono sarcastico che mi è successo di usare solo in un’altra realtà complicata. I Balcani. Tralascio la complicazione del viaggio di andata, ma il ritorno a Gerusalemme è una perla: arriva ad Allenby, frontiera tra la Giordania e la Cisgiordania, controllata però dal lato palestinese dagli israeliani. Passa, con i suoi due figli (età delle elementari), ma non può arrivare a Gerusalemme con lo stesso mezzo i trasporto. Lei ha la carta d’identità della Palestina (Cisgiordania) con un permesso di residenza a Gerusalemme, loro sono residenti palestinesi a Gerusalemme. Dunque, li deve mettere su di un taxi con tutte le valigie, da soli, e lei deve andarsene con un bus palestinese via Gerico, Ramallah, Gerusalemme. Sono poche decine di chilometri, inframmezzati da posti di blocco, muri e terminal nuovi di zecca. Poche decine di chilometri che complicano un po’ la vita. E siccome la vita è complicata, meglio riderci sopra. Per fortuna, sia io sia lei amiamo ridere, altrimenti sarebbe dura.

Il racconto di un viaggio complicato è un esempio delle piccole follie – chiamiamole così, per riderci sopra – di questo posto. Così, se si butta giù lo Shepherd Hotel un edificio storico di Gerusalemme est, nel cuore di uno dei primi quartieri costruiti dal notabilato palestinese di Gerusalemme fuori dalla Città Vecchia in epoca ottomana, la reazione di qualcuno è che “hanno fatto bene, a buttarlo giù”. Uno degli esponenti di punta dei coloni israeliani a Gerusalemme, David Luria, che mi capitò di intervistare nel lontano 2004 ha detto che è stato come buttar giù una casa di Hitler, perché lo Shepherd Hotel era, fino al 1967, proprietà del gran mufti di Gerusalemme, Hajj Amin al Husseini, esponente di una delle più importanti famiglie della città. Insomma, dovremmo buttar giù Palazzo Venezia o Villa Torlonia, perché vi abitò e vi governò Benito Mussolini. Dal 1967, l’hotel non era più proprietà degli Husseini, perché in Israele c’è una legge della proprietà degli assenti. Insomma, se il proprietario non era a Gerusalemme durante la guerra del 1948 (e nei mesi immediatamente precedenti) allora quella proprietà non è più sua. E’ successo allo Shepherd Hotel, così come a tutte le proprietà palestinesi (e sono moltissime) nei quartieri ricchi, residenziali, di Gerusalemme ovest, dove una villa araba, sui siti delle maggiori agenzie immobiliari israeliane, è quotata alle stelle.

Il seguito su invisiblearabs, il blog di Paola Caridi, corrispondente dal Medio Oriente di Lettera22.



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