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La rivolta contro Ben Ali non è un fulmine a ciel sereno. E a dirlo è la storia dei blogger tunisini, da anni protagonisti della dissidenza giovanile. E ora agli arresti (nella foto, il rapper El General, un altro degli arrestati negli scorsi giorni, autore di un duro attacco a Ben Ali, ascoltabile qui, su YouTube)

Paola Caridi

Lunedi' 10 Gennaio 2011
Di seguito l'analisi della nostra corrispondente dal Medio Oriente, Paola Caridi, sugli ultimi eventi in Tunisia, pubblicato sul suo blog,
invisiblearabs.

Non sono un fulmine a ciel sereno, i tunisini che si danno fuoco per protesta come i bonzi vietnamiti alla fine degli anni Sessanta. E’ solo che non abbiamo voluto vedere, nonostante le coste tunisine siano così vicine, al di là del canale di Sicilia. La rabbia covava anche prima, da tempo. Tra i giovani. El General e il suo ultimo, durissimo rap contro il “rais della patria” (questo dice il titolo) sono stati cliccati e rilanciati su YouTube decine di migliaia di volte. Vorrà dire qualcosa? Vorrà dire che anche un rapper fa opposizione, e che Hamada ben Amor è stato arrestato a Sfax il 7 gennaio, proprio per l’ultimo suo rap, in cui si rivolgeva direttamente al presidente Ben Ali, dicendo che la voce della gente era inascoltata (alcuni siti dicono che, per fortuna, El General è stato rilasciato oggi). Sorte simile hanno subito attivisti e soprattutto blogger, mentre è iniziata una campagna del regime tunisino contro Al Jazeera.

La Tunisia non è solo quella dei resort turistici, dei villaggi vacanze tutto compreso, la Tunisia laica e alleata dell’Occidente guidata dal presidente Ben Ali, campione contro l’islam politico. In Tunisia si reprime, si arresta, si tortura. Solo che avevamo fatto finta di non vedere. Neanche quando, nel 2009, Ben Ali si è ripresentato per la quinta volta candidato alle presidenziali, 22 anni dopo il suo arrivo al potere. Oltre 23 anni di regime, segnato già dalle denunce di tutte le organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, civili e di espressione. Da anni, da molti anni, le associazioni per la libertà di espressione continuano a segnalare casi di arresti, detenzioni, torture. Vox clamans in deserto.

Non si è mosso nulla neanche quando, nel 2005, la Tunisia ha ospitato il summit mondiale sulla società dell’informazione. Allora, molte voci inascoltate chiesero di non svolgere il vertice sulle nuove tecnologie perché il paese non forniva le garanzie di rispetto dei diritti di espressione. Proprio sulle nuove tecnologie si era concentrata la repressione del regime di Ben Ali. Su internet, soprattutto. E non era un caso. Era stato lo stesso regime a promuovere una informatizzazione di massa, sperando che l’arrivo dei computer e del telelavoro avrebbe aiutato la Tunisia a uscire dalla crisi economica e a fornire speranze ai giovani. Spingendo per la delocalizzazione di servizi come i call center o le società informatiche, e fondando sul fatto che in Tunisia il francese è praticamente una seconda lingua madre. L’idea era affascinante, e qualche call center che serve le necessità dei francesi in Tunisia ci è arrivato. Ma con internet è arrivato anche altro, com’è successo in tutto il mondo arabo. Anzi, è stata la Tunisia la capofila di un movimento virtuale di riflessione politica, aggregazione, opposizione e infine dissidenza che non ha trovato eguali. I blogger, il cyberattivismo è in sostanza cominciato proprio dalla piccola, piccolissima Tunisia, e si è poi propagato agli altri paesi arabi.

A piccola dimostrazione che la situazione non era proprio il massimo, al vertice sulla società dell’informazione, c’è l’oscuramento del sito della mia agenzia giornalistica, Lettera 22, proprio in quel periodo. Dalla Tunisia era impossibile vedere il nostro sito, forse perché seguivamo il summit e soprattutto perché avevamo parlato del gruppo di giovani detenuti di Zarzis…

(Per chi ne vuol sapere di più, ci sono pagine e pagine dedicate ai blogger tunisini sul mio primo libro per Feltrinelli, Arabi Invisibili).

Le manifestazioni di questi ultimi giorni, che hanno trovato sguarnito l’Occidente, non sono dunque un evento inatteso, impossibile da prevedere. Sono il risultato di anni di frustrazione, di una richiesta faticosa e vecchia di libertà, che noi non abbiamo ascoltato. Anche se – paradossalmente – correva proprio sul più moderno e globale dei mezzi a disposizione dei dissidenti. Il web.

Di seguito, la parte di Arabi Invisibili dedicata alla Tunisia:

La controinformazione via blog ha avuto un esperimento precedente, e non casuale. Era, infatti, iniziata in maniera prepotente già in Tunisia, che a buon diritto può detenere la palma del paese da cui si è originato il fenomeno. Soprattutto perché l’Internet tunisino ha dato alla Rete e alle e-dissidenze arabe quello che i blogger considerano il loro primo martire: Zouhair Yahyaoui, il fondatore della nota rivista on line “Tunezine”. Yahyaoui è morto a trentasei anni per un infarto, nel marzo del 2005. Era stato arrestato dalle autorità tunisine ed era rimasto in prigione per un anno e mezzo. Per liberarlo e difenderne la libertà di espressione, molte associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani lo avevano trasformato in un simbolo; il simbolo della libertà di espressione in Rete. Un simbolo che, dopo la sua morte, è diventato rapidamente un mito. Il mito del primo e-martire, con veglie virtuali contemporanee rimbalzate da un blog all’altro, dal Maghreb alla Penisola arabica, come dentro un flipper impazzito.


“Tunezine”, a dire il vero, c’entra poco con la Primavera araba del 2005. Ma è controinformazione in piena regola. Tutta all’interno del singolare caso tunisino, unica rivoluzione informatica calata dall’alto, quella che il presidente Zine el Abidine ben Ali aveva sognato per il suo piccolo paese, il primo tra quelli africani a collegarsi a Internet nel 1996. Secondo la visione del presidente, il futuro della piccola Tunisia – appena dieci milioni di abitanti stretti tra due colossi (almeno in termini di ampiezza territoriale) come l’Algeria e la Libia – si sarebbe dovuto costruire su computer, software, byte, creando una forza lavoro qualificata a basso costo e invertendo, in questo modo, la rotta dell’emigrazione: i tecnici sarebbero rimasti a Tunisi, le aziende europee avrebbero offerto loro, in sostanza, il telelavoro, mettendo in piedi appena al di là del Mediterraneo agognati progetti di delocalizzazione.


Il sogno di Ben Ali, in un certo senso, si è avverato, anche se la Tunisia è ben lontana dall’essere – come lui sperava – l’incubatrice della società dell’informazione in Africa. L’autoritario presidente tunisino ha pervicacemente fatto della IT, della information technology, il suo cavallo di battaglia dell’ultimo decennio. Addirittura la priorità, la cifra del suo potere, e il biglietto da visita da porgere alla comunità internazionale. Un milione di computer dentro le case tunisine entro il 2009, è stato uno dei suoi slogan preferiti degli ultimi tempi, da realizzare attraverso il progetto del “computer familiare”, venduto a prezzi più bassi e con discrete agevolazioni di pagamento. Settecento dinari per un pc da scrivania, milleduecento per un portatile: la versione tunisina dell’ormai classica visione del “pc in ogni casa” di Bill Gates.


Dopo dieci anni di politica del computer così imponente, la rivoluzione di Ben Ali ha partorito i suoi figli. Ragazzi che hanno l’informatica, per così dire, nel sangue, e che, proprio per questo, non riescono più a stare costretti dentro le maglie di un regime molto duro con chi vuole essere libero. Libero, per esempio, di navigare nel web. I cyberfigli di Ben Ali, insomma, sono diventati figli ribelli subito dopo aver assaporato la libertà dell’agorà telematica.


In un paese dove stampa e tv sono controllate, dove la censura è capillare, all’inizio Internet è apparso come un rifugio. “La censura esercitata dal regime tunisino verso tutte le voci discordanti ha spinto gli oppositori e i tunisini in genere a esistere nella Rete,” spiega Mourad Dridi, ingegnere informatico, che ora vive a Parigi e ha fondato l’Associazione tunisina per la difesa del cyberspazio. Perché, a un certo punto, la censura è arrivata anche lì, in quel mondo virtuale che molti giovani si erano ritagliati. Così, gran parte dei siti dell’opposizione è stata oscurata dalle autorità. Una situazione stigmatizzata da tutte le associazioni internazionali per la difesa della libertà di espressione. Nonostante ciò, il governo non sembra voler cedere. La cyberpolizia continua a controllare i siti e a censurare quelli non graditi. E in galera continuano a restarvi in molti, ancora nell’ombra della repressione e non saliti alla notorietà come – per esempio – gli internauti di Zarzis, condannati a tredici anni di detenzione in appello, per aver scaricato materiale ritenuto collegabile ad Al Qaeda, e poi liberati alla fine di maggio del 2006 dopo una campagna internazionale gestita da una delle madri degli internauti, Térésa Chopin, organizzata a sua volta (come altrimenti?) via Internet.



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