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Intervista a Pagan Amun, segretario generale del Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm) e ministro della pace del governo di Khartoum

(nella foto di I. Panozzo, Amun arringa la folla dal palco di Yambio)

Irene Panozzo

Sabato 8 Gennaio 2011
Yambio - “La secessione rappresenta le aspirazioni della popolazione del Sud Sudan”. Non ha dubbi Pagan Amun, il segretario generale del partito degli ex ribelli del Sud Sudan, il Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Sudan people’s liberation movement, Splm). Amun, che è anche ministro per la pace e per l’applicazione del Comprehensive peace agreement (Cpa) nel governo di unità nazionale di Khartoum, ha appena finito uno degli ultimi comizi pre-referendum di questi giorni, nella Freedom Square di Yambio, la capitale dello stato dell’Equatoria occidentale.
Ministro, cosa succederà nei prossimi giorni?
“Mi aspetto che la gente esca e vada a votare il 9 gennaio, che tutti quelli che si sono registrati si mettano in fila per scegliere il nostro futuro”. È soprattutto per questo che Pagan Amun è qui, per spingere la gente alle urne, casomai ce ne fosse bisogno. E anche per spiegare, dall’alto del palco, come si vota, dove mettere l’impronta digitale e come piegare il foglio in modo da non annullare il voto macchiando con l’inchiostro anche lo spazio accanto all’opzione non prescelta. Ovvero, a detta sua, l’unione, perché “mi aspetto che la gente scelga la libertà. Dopo il referendum saremo liberi, i veri padroni della nostra terra e inizieremo a realizzare il nostro sogno”.
Ovvero?
“Costruire una nazione, un nuovo paese pacifico, indipendente e prospero, attraverso il duro lavoro e l’organizzazione. Ci saranno molte sfide da superare, visto che partiamo molto svantaggiati. Nel corso della storia siamo stati schiavizzati, colonizzati e poi marginalizzati, quindi partiamo da un basso livello di sviluppo. Questa, di per sé, è già una sfida enorme. Dovremo sviluppare le nostre capacità di governo, dovremo sviluppare le nostre capacità di generare ricchezza, dovremo sviluppare le nostre capacità di gestire la cosa pubblica e di mantenere la legge, l’ordine e la pace in questa parte di mondo. Il cammino è in salita, ma siamo pronti”.
Rimangono però una serie di nodi irrisolti nell’applicazione del Cpa e quindi nella relazione tra Nord e Sud Sudan. Ci sono temi importanti - quali la spartizione delle risorse petrolifere, la questione della cittadinanza dei sud-sudanesi nel Nord e dei nord-sudanesi nel Sud, la demarcazione del confine tra le due parti del paese e la questione della regione di Abyei - che verranno modificati dalla scadenza del Cpa il prossimo luglio e dall’eventuale indipendenza del Sud e su cui ancora non c’è accordo.
“Sono questioni che troveranno soluzione. Il Sudan rimarrà un unico paese fino al 9 luglio e quindi c’è tempo per continuare a negoziare con il National congress party. L’atteggiamento positivo e conciliante del presidente Bashir e del suo partito in questi ultimi giorni ci incoraggia, dimostra che sono disposti a dare applicazione ai dettami del trattato lasciati in sospeso. Quindi demarcheremo il confine e applicheremo il protocollo di Abyei, che riconosce il diritto della popolazione meridionale dei Ngok Dinka di scegliere attraverso referendum se rimanere nel Nord o tornare al Sud, come prima del 1905”.
Martedì scorso a Juba il presidente Bashir ha però detto che accetterà una soluzione per Abyei se verrà dato il diritto di votare anche ai Missiriyya, la popolazione araba che abita la regione...
In realtà non ha detto proprio così. Ha detto di essere pronto a risolvere la questione di Abyei applicando il protocollo per la regione che è incluso nel Cpa. E quel protocollo dà solo ai Ngok Dinka il diritto di scegliere, perché sono stati loro a essere trasferiti amministrativamente entro i confini del Nord nel 1905. I Missiriyya hanno diritto di usare i pascoli di Abyei e di attraversare la regione per entrare con le loro mandrie in Sud Sudan. Questo diritto deve essere e sarà garantito. Ma il diritto di scegliere il futuro di Abyei, quello spetta solo ai Ngok Dinka.


L'intervista è uscita oggi anche su il manifesto



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