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Capita spesso, e con nostro piacere, che ci si chieda da artigiani dell'inchiostro qual siamo, di cimentarci con un campo diverso, o collaterale, da quello consueto. In questo caso, farsi ispirare da un fotoreportage d'autore per un'escursione immaginario nel "Cuore del Mondo", inseguendo il "senso" della Steppa. Abbiamo accettato la sfida - bilingue (foto: C. Doury)

Lucia Sgueglia

Mercoledi' 15 Dicembre 2010


Una volta, per soddisfare la mia curiosità, lo seguii su per la collina. Non c'era niente di particolare lassù. La steppa, color lilla al crepuscolo, si estendeva dalla catena montuosa all'orizzonte lontano. I campi, bui e fumosi, parevano dissolversi lentamente nel silenzio.
(Chingiz Aitmatov)


Il piccolo aereo sospinto dalle eliche arranca sopra la piana desolata. A tratti barcolla, l’ala si inclina, la pancia pare inciampare su scalini immaginari, poi rialza il muso. Laggiù, non si scorge traccia umana, animale, vegetale. La chiamano “steppa” ma da quassù, in volo tra Semey e Astana, il passato tragico e il futuro fantasmagorico al profumo di petrodollari del Kazakhstan, pare più un paesaggio lunare; e quei crateri rosa intenso, dice per distrarmi Alya, mia vicina di sedile, mentre lo stomaco mi sfiora le punte dei capelli, sono laghi di sale. “Se precipitiamo qui, ora – mi sorprendo a pensare – nessuno verrà a cercarci”.

Si fa presto a dire steppa. “La steppa è piatta, arida, immensa e deserta”, è la vulgata. Ma è falso. Se ti avvicini, quella linea che pare un filo di cotone teso all’orizzonte senza capo né coda, ad abbracciare il vuoto, svela sorprese goccia a goccia. Oltre le piccole dune spuntano relitti di civiltà che furono, insediamenti umani, nomadi in viaggio, mandrie transumanti. Cuore del Mondo, Grande Scacchiere, Terre Vergini, chiamatelo come vi pare. Ma anche se i nomadi oggi son diventati monadi e l’Impero è crollato, la sua anima resta quella, una transizione permanente – politica, economica, sociale, culturale. Come uomo dell’Asia Centrale, confessa un amico uzbeko di Osh, "Devo decidere a quale identità essere fedele: il mio clan o la mia tribù? La mia nazionalità di kirghizo o uzbeko? Il Turkestan, o l’Islam?".

La steppa è uno stato d’animo, va al di là del paesaggio e della geografia. Così, anche dove s’increspa e diventa monti, valichi e fiumi che segnano confini (a sud del Kazakhstan o del Kirghizistan), dove si frantuma in dune di sabbia (Xinjang) – ti pare di aver sempre davanti agli occhi quel filo teso, senza fine. Il mitico passaggio tra Europa e Asia, è una roba sfumata, vaga, sospesa.

“Tanto non ci abita nessuno”, disse Lavrenti Berya quando per obbedire a Stalin scelse il Kazakhstan per il più grande “parco giochi” nucleare mai esistito, era la guerra fredda e 500 bombe atomiche testate tra aria e terra giusto per vedere che effetto fa, per il Partito eran forfora sulla giacca. Peccato che nei dintorni vivessero due milioni di persone. “La steppa è immensa, un perfetto trampolino di lancio”, esultarono gli scienziati sovietici e, perché il volo fosse più lieve a Gagarin, si misero a lanciar missili e cagnette nello spazio da Baikonur. “La steppa è arida e va irrigata a forza”, così gli agronomi di Mosca schiaffeggiarono Madre Natura deviando i fiumi kazachi e kirghizi per innaffiare i campi di cotone uzbeki. Finì col prosciugare un mare intero. L’Aral. Oggi lo chiamano “lago”, ma il nome è solo l’ombra della realtà: dell’acqua che fu, resta un decimo. I pescatori rimasti sentinelle di un deserto di sale, pregano Madre natura di restituirgli quel che Golia gli tolse. E quell’acquitrino melmoso tornato a lambire i loro villaggi, lo chiamano “miracolo” anche se arriva a mezza gamba. Ai piani alti intanto, tra i governi degli Stan, infuria una nuova guerra, per l’acqua, fatta di dighe e rubinetti chiusi per ripicca.
“La steppa è lontana da tutto”, perciò i soviofunzionari allargarono fin qui l’arcipelago GuLag, vi deportarono i “traditori” ceceni e ingusci. “La steppa è disabitata”: largo ai coloni dell’Era Nuova disse Krusciov; ma crollato l’Impero quelli tornando a Mosca portarono con sé scienza e tecnica, fino ai bulloni delle porte, ai popoli della steppa restò lo scatolone di sabbia.

Come se l’uomo non c’entrasse nulla, se in queste lande fosse solo un accidente di passaggio. “Ma perché sempre qui? Tutti da noi dovevano farli, i loro esperimenti?” fa Alya mentre planiamo sui grattacieli di Astana alla Fritz Lang, la rivincita dell’uomo kazaco sulla steppa e il passato. Uno dei tanti miraggi dell’Asia di Mezzo, fa il paio con la surreale e megalomame Ashgabat. “In Asia Centrale – spiega un generale russo nell’800 – più duro colpisci, più a lungo se ne stanno tranquilli”. Oggi il Grande Gioco si è rinnovato: insieme a Usa, Europa, Russia sgomitano India, Iran, Turchia, ma è la Cina che avanza a grandi balzi. Le sue tracce sono ovunque, negli enormi mercati alla periferia di Almaty e Bishkek dove per la prima volta in un paese post sovietico mi ficcarono in mano delle bacchette, rinati in nome della globalizzazione, sui banchi niente spezie ma elettronica e fashion brand falsi; sulla via della seta ora ci passano gas, petrolio, uranio.

Mi sono sempre chiesta come diavolo fanno a vivere qui, a costruire le loro esistenze su un orizzonte piatto. Non a caso lo sguardo di Claudine Doury si fissa su questa assenza, sottrazione, sparizione. Gli scheletri di navi abbandonate sulla sabbia compongono un sogno felliniano, nelle foto d’epoca la storia sovietica è ridotta a un fondale di occhiali e baffi posticci alla Groucho Marx. Non le interessano le città icone di questo mondo, Samarcanda, Bukhara, Khiva. Oggi come mille anni fa, il genius loci sta nelle traiettorie che collegano i punti della mappa: mercati, vie di transito tra ovest ed est, nord e sud, corsi d’acqua, oasi. E cortili. Lo spirito che resiste alla violenza predatrice in nome del futuro, io l’ho trovato qui: all’ombra del quadriportico di una casa padronale nel villaggio di Suratash, nei giorni del pogrom etnico a Osh vi si rifugiarono centinaia di profughi. Non importa quanti fossero i morti in famiglia da contare, per l’ospite spuntano sempre scodelle di miele, cocomero, melone, frutta secca, frittelle, dolci, thé e racconti che vanno oltre il presente. All’ombra di un giardino di rose, appollaiati su quegli strani scheletri di letti a baldacchino che sono il cuore dell’ospitalità locale, una zattera in mezzo alla waste land. Seduti su quel materassino, come mille anni fa: puro velluto sintetico dal lato invernale, cotone fiorato made in China dall’altro.

[ Claudine Doury ]
Nata a Blois (Francia) nel 1959, nel 1999 ha ricevuto il Leica Oscar Bernack, nel 2000 il
World Press Photo nella sezione Natura e Ambiente e il Paris Match Award per la sua
prima monografia, PeuplesdeSibérie(Editions du Seuil, 1999). Tra i libri pubblicati, Artek,
un’estatein Crimea (La Martinière, 2004) e Loulanbeauty (Le Chêne, 2007). È membro
dell’agenzia Vu’. Attualmente vive a Parigi.
www.claudinedoury.com

[ Lucia Sgueglia ]
Nata a Roma nel 1975, è membro di Lettera 22. Dal 2007 vive a Mosca dove lavora come corrispon-
dente freelance per testate come Il Messaggero, IoDonna, SkyTG24, Radio3mondo, Ansa. Di prossima uscita il suo libro sul Caucaso russo, realizzato con il fotografo Davide Monteleone.


Il racconto è uscito sul numero 4 di RVM, RearviewMirror, rivista di fotografia dell'editore Postcart. GUarda la galleria fotografica



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