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Ancora alta la tensione nella penisola. Oggi Pyongyang ha annullato l'accordo sulla prevenzione degli incidenti navali tra le due marine

Junko Terao

Giovedi' 27 Maggio 2010


Mentre il segretario di stato statunitense Hillary Clinton volava da Pechino a Seoul, ieri, per ribadire l’appoggio incondizionato al presidente Lee Myung-bak e lanciare un nuovo appello per una risposta congiunta della comunità internazionale alle “inaccettabili provocazioni” di Pyongyang, un interrogativo inquietante si faceva strada negli ambienti della marina sudcoreana. Dove sono finiti i quattro sottomarini salpati lunedì dalla base navale di Chaho, in Corea del Nord, e spariti da due giorni dai radar sudcoreani nel mare orientale o, come lo chiamano i giapponesi, mar del Giappone? Le navi di Seoul li stanno cercando e, probabilmente, non si tratta di nulla di preoccupante, “un’esercitazione di routine”, come riportava ieri un ufficiale sudcoreano all’agenzia Yonhap. Ma, data la situazione, la preoccupazione è d’obbligo. Dopo il mercoledì ad alta tensione in cui le due parti hanno ridotto ai minimi termini i rapporti, il Nord ha anche minacciato di sospendere tutti i canali di comunicazione con Seoul e di chiudere la strada che passa attraverso la zona demilitarizzata, linea di confine tra i due paesi, se Seoul installerà, come ha detto, gli altoparlanti per diffondere messaggi propagandistici anti-Pyongyang. Una situazione di stallo in cui l’unica possibilità per evitare il peggio è fare un passo indietro. Secondo quanto riferito da un portavoce del governo, Clinton e Lee, nell’incontro riservato di cinquanta minuti che segnava la fine della visita del segretario di stato in Asia orientale, hanno convenuto che la cosa migliore da fare adesso è adottare una “pazienza strategica”, ovvero aspettare. “Non importa che la Corea del Nord torni a sedere al tavolo dei colloqui a sei sul suo programma nucleare”, avrebbero detto, “quello che conta è che dimostri una sincera disposizione verso la denuclearizzazione”. Questo indipendentemente dalla crisi in corso. Poco prima, nell’incontro con il ministro degli Esteri, Yu Myung Hwan, Clinton aveva nuovamente parlato della “responsabilità della comunità internazionale e del suo dovere di rispondere all’inaccettabile provocazione nordcoreana”. Davanti alla belligeranza di Pyongyang, ha aggiunto Clinton, gli Stati uniti non possono far finta di niente e non stare al fianco dell’alleato di sempre. “Stiamo anche valutando delle opzioni aggiuntive e verificando se è possibile ritenere formalmente responsabili la Corea del Nord e i suoi leader. A parte questo, però, non c’è stata nessuna specificazione riguardo a quali misure concrete, oltre a portare la questione al Consiglio di sicurezza dell’Onu, intendano adottare Washington e Seoul. In questo momento la domanda che tutti si pongono è perché mai Pyongyang abbia fatto una mossa del genere. Gli analisti azzardano delle ipotesi, senza scartare del tutto la possibilità che il missile che ha affondato la corvetta Cheonan sia partito più o meno accidentalmente. Forse per ragioni interne: una dimostrazione di forza simile può essere utile a rafforzare il ruolo e l’immagine di Kim Jong-il che si prepara a cedere lo scettro del potere al terzogenito. O forse semplicemente per vendicare l’incidente dello scorso novembre in cui una nave militare sudcoreana ha aperto il fuoco contro una del Nord. Quel che è certo è che una risposta non arriverà mai.
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