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L'ha seguita per noi la nostra Lucia Sgueglia a Mosca. A 16 anni dal primo film, torna la saga di NIkita Mikhalkov. Dalla repressione staliniana alla guerra mondiale, il film - che è il più costoso nella storia del cinema russo post sovietico con 60 milioni di dollari e 8 anni di lavorazione - esce giusto alla vigilia del 65esimo della Vittoria sovietica sul nazismo. Con una presentazione davvero speciale...

Lucia Sgueglia

Domenica 18 Aprile 2010

MOSCA – Seduto nel fondo della trincea, mentre la Wehrmacht avanza verso di lui, il soldato Ivan non pensa a Stalin, né alla grande Patria sovietica. Accanto a lui, il soldato Igor non ha in mente la Vittoria, ma stringe forte nel pugno le chiavi di casa, recitando come un mantra l’indirizzo completo. Il soldato Konstantin ustionato da una bomba vuole morire guardando ancora il corpo nudo di una donna, l’infermiera venuta a soccorrerlo. A scavare la trincea, giusto sulla linea del fronte, i giovani imberbi dei corpi d’élite del Cremlino trovano i detenuti di un campo di prigionia arruolati in fretta, e scoprono che non sono tutti banditi o ladri, ma anche dissidenti politici. Che pregano Dio, e Allah. Tra loro c’è l’ex generale Sergei Kotov, condannato ingiustamente come nemico del popolo nel 1930. Lo credevamo morto, invece no. È qui che il film (Burnt by the Sun, 1994, premio Oscar un anno dopo) lasciato da Nikita Mikhalkov 16 anni fa, ricomincia. L’attesissimo seguito è in realtà una dilogia, pronto l’atto 1. Il film più costoso nella storia del cinema russo post sovietico, 60 milioni di dollari, 8 anni di lavorazione. E una presentazione davvero speciale, per il regista spesso criticato in patria per la sua eccessiva vicinanza al potere (nel 2008 sul set si presentò Putin, poi Medvedev), ieri si sono schiuse le porte del Cremlino, l’ex Palazzo dei Congressi del Pcus, trasformato da sala concerti a cinema. Nell’enorme sala sotto i mosaici con falci e martello 5mila invitati, star dello spettacolo, giovani e veterani di guerra, comparse in costumi d’epoca e orchestre d’ottoni. Come uno show americano. E al centro c’è proprio Nikita: regista, produttore, attore, è lui Kotov, in una sorta di saga familiare, nel ruolo della figlia, Nadezhda, ancora la figlia di Mikhalkov, Nadia. Non più le purghe, ma sangue (molto), azione e battaglie. Il Piccolo Padre compare in carne e ossa nella prima scena, ma è un incubo. È la Grande Guerra Patriottica versione Mikhalkov, ed esce giusto alla vigilia del 65esimo della fine del conflitto mondiale, il 9 maggio parata speciale sulla Piazza Rossa. Un mito intoccabile nella Russia di oggi.
Ma chi si aspettava un film patriottico, resta sorpreso. L’eroismo scarseggia, l’Armata rossa è piuttosto Brancaleone, i soldati fan saltare un ponte al momento sbagliato uccidendo civili russi, sono impreparati, hanno paura. Maledice Mosca lontana il capo del campo di prigionia quando i tank tedeschi fanno a pezzi i suoi: “Dove sono i nostri eroi, gli aerei, i rinforzi, compagno Stalin? Mi han mandato da solo sul fronte a fermare i fascisti”. Cattivissimi di gelida follia questi ultimi, senza pietà sparano letteralmente sulla Croce Rossa, una nave di feriti. Non è un capolavoro, questo Sole 2, che sara' in concorso a Cannes, stranamente monco senza l’atto 2. Uscita nelle sale russe il 22 aprile, con battage stellare, poi passerà a puntate in tv. Ma ha il merito di voltare pagina sulla sacralità della memoria bellica che oggi provoca guasti in Russia, senza dimenticare però quei 25 milioni di sovietici morti per liberare l’Europa dal nazismo: “La guerra non l’ha vinta solo il soldato Ryan” spiega il regista.
Ecumenico, epico, corale. Il lavoro di squadra, di “fratellanza” l’ha voluto evidenziare in sala, forse per rispondere a chi lo giudica megalomane ed egocentrico, una parodia del film circolata su internet lo ha fatto infuriare. “Stasera voglio chiamarvi compagni. Una parola che conosceva già Pushkin, ma poi ha preso un senso negativo, quando fummo costretti a chiamarci tali”, dice. Lo scopo del film? “Capire cosa passarono i nostri padri. La guerra non è solo uomini armati, ma qualcosa che ci circonda, un’aria che respiriamo. Spero che uscendo di qui siate felici di essere vivi, e in pace”.

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