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IL GIARDINO INCANTATO DI SHIRIN NESHAT 16/04/2010

In Donne senza uomini, il film premiato con il Leone d'argento all'ultima mostra di Venezia, l'artista visiva iraniana usa il formalismo dell'immagine per sospendere il realismo della Storia e aprire uno squarcio di possibilità utopica nel bel mezzo di quello che è stato l'evento più catastrofico dell'Iran contemporaneo: il colpo di stato contro Mossadeq del 1953

Attilio Scarpellini

Venerdi' 16 Aprile 2010

Shirin Neshat ha più volte ribadito di non cercare la “bellezza fine a se stessa” nel suo Donne senza uomini Ma quando si vede Zarin, la piccola prostituta pelle ed ossa – di gran lunga il personaggio più struggente del film – sdraiata in uno stagno di orchidee è difficile non pensare all’Ofelia di John Everett Millais, e non è l’unica citazione in un’opera che, a dispetto della sua volontà di racconto, continua a trovare nell’immagine, e nel fermo immagine, il suo principale punto di forza. Non si è video-artisti per nulla, insomma. Con le sue manifestazioni stilizzate in coreografie di camicie bianche e pantaloni neri, la sua Teheran rappresa in una fuga di archi, i suoi veli che cadono leggeri e vuoti al posto dei corpi che avvolgono, l’artista iraniana maneggia con disinvoltura metafore e simboli, rischiando la ridondanza e non di rado la calligrafia. Chissà che non sia ancora una citazione, il momento in cui Munis, nero velata in una manifestazione di piazza composta in grande maggioranza da militanti maschi, si volta indietro, unica e sola, nel senso contrario a quello della folla, come l’angelus novus di Paul Klee che per Walter Benjamin rappresentava la malinconica consapevolezza dell'inarrestabile movimento della storia (o come la moglie di Lot che rimase folgorata). Ma alla fine è proprio trasgredendo le leggi del realismo che il suo film si impone, raro esempio di un formalismo politico che con la potenza dell’immagine riesce a sospendere il potere della Storia. La Neshat interpone il corpo ferito delle sue donne ai meccanismi di un evento – la caduta di Mossdeq ad opera della Cia e dello Shah, anno 1953 – che da una parte prosegue la sua corsa rovinosa, dall’altra si interrompe e si apre nell’inattesa meditazione di un giardino dove le quattro protagoniste si ritrovano. Così Donne senza uomini si presenta come un film sdoppiato, tra il possibile e il reale, dove Munis, la suicida, oppressa da un fratello bigotto – prototipo dei futuri pasdaran - risorge dalla terra in cui è stata seppellita e partecipa alle manifestazioni del Tudeh (il partito comunista) in qualità di fantasma, mentre Zarin la prostituta ritrova nel giardino di Fakhiri il corpo che aveva rifiutato. Il possibile di una rivoluzione che nel suo tradimento prefigura tutti i futuri regimi dell’Iran contemporaneo (Amadinejhad incluso) declinato nella fragranza di una liberazione del reale, nella lentezza vegetale con cui le donne della Neshat ( e del romanzo di Shahrnush Panipur a cui il film si ispira) ricrescono, lontane dallo sguardo falcato di padri stupratori, fratelli dispotici, mariti mal amati. Giardino utopico di una sottile liberazione della vita su cui anche i movimenti politici più radicali si sono solo affacciati, senza mai entrarvi.

questo articolo è uscito anche sul settimanale Carta oggi in edicola



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