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ALESSANDRA CRISTIANI, IL CORPO E IL SEGNO 13/04/10

I mistici spagnoli la chiamavano "otra hermosura", un'altra bellezza, agonica, ferita. E' quella che la danzatrice romana mette in scena nei suoi spettacoli che partendo dal butoh ricapitolano intere ere del corpo e della visione, riconciliando teatro fisico e figurazione. Come Opheleia, l'ultimo studio presentato alla rassegna internazionale "Trasform'Azioni 10" al Teatro Furio Camillo: performance straordinaria in ogni sua parte (musica e luci comprese)che speriamo viva oltre la magia di una serata (nell'immagine, Alessandra Cristiani in uno dei suoi precedenti lavori)

Attilio Scarpellini

Martedi' 13 Aprile 2010
All’inizio di Opheleia, Alessandra Cristiani è già in scena, ma non ci si accorge subito di lei: schiacciata come un geco su un lato del muro di fondo del teatro Furio Camillo di Roma, il corpo torto in un fregio indescrivibile, tiene un tulipano tra le dita. La sua nudità – la sua trasparenza – si mimetizza nella bassa striscia di luce che corre lungo il muro. Bisogna tornare a certe immagini di Francesca Woodman (fotografa a cui non a caso la danzatrice romana si è ispirata per uno dei suoi precedenti lavori) per trovare la stessa capacità di nascondere l’evidenza nell’evidenza, di rendere il nudo un’altra dimensione del segno, e non il brusco corto-circuito di tutti i segni: l’inizio di qualcosa e non la sua fine. Insomma, il contrario dell’osceno. Ma poi anche i riferimenti cadono e bisogna essere soltanto Alessandra Cristiani, danzatrice-icona che appare/scompare come il paesaggio intermittente su cui si staglia – quello miserabile e glorioso della danza romana di cui la rassegna internazionale di danza butoh Trasform’azioni è una delle rare vetrine - per riuscire a incarnare attraverso il movimento tutte le sottili alterazioni di un corpo che, a forza di modificarsi, inganna lo sguardo e la memoria sulla realtà della sua stessa consistenza: alto, statuario – a tratti persino sontuoso, torso greco che si restringe e scompare in una mandorla di luce – poi di colpo minuto, debilitato, klimtiano, come nel finale in cui sembra recuperare la sua tenera, sacrificale mortalità. Il giardino di Ofelia in cui la Cristiani nuota in acque invisibili, mentre un suo doppio vestito di nero – doppio letterale, gemellare: la sorella Sabrina – entra ed esce infilando penduli gigli in ogni buco, in ogni ferita delle martoriate pareti del Furio Camillo, vale, e supera, quello allestito da Shirin Neshat nel film Donne senza uomini, perché, nell’arco di sola performance, riesce ad evocare intere epoche del corpo e del movimento. Senza mai abdicare al presupposto poetico di una ricerca che affonda le sue origini e, per così dire, il suo sapere fisico nella danza butoh – cioè in quella che un occidentale legge inevitabilmente come una forma espressionistica – la Cristiani arretra e avanza nel tempo: fasciata da un lungo abito verde, usa la propria potenza organica per deformarlo in una figurazione astratta che ha il segno nitido del novecento, poi si slancia in una danza libera che sorprende per la sua precisione – e ancor di più per una musicale assenza di enfasi – prima di rientrare nel respiro intimo di una nudità arborescente. Una suite di sconfinamenti che, fusa nella perfetta affinità della musica di Claudio Moneta, scolpita dalle luci di Gianni Staropoli, in uno spettacolo che è un inaspettato incontro tra stati di grazia, non produce un solo dubbio, una sola incrinatura in un tessuto drammaturgico che pure, nella sua scelta tematica (e iconica), risente di tutta la fragilità, di tutta la ridondanza del mito. Persino nei due finali che si susseguono – quello di una languida pietà al femminile e quello, teatralissimo, in cui la Cristiani, riemersa dal suo limbo, trasmette con un gesto lento il tulipano dell’inizio tra le mani di una spettatrice – Opheleia riesce a eludere l’estetismo e a toccare la bellezza. O almeno, ciò che di essa rimane, a noi moderni e post: quella bellezza agonica, ferita che i mistici spagnoli chiamavano otra hermosura che continua ad annidarsi negli angoli meno visibili, meno frequentati dell’arte e della vita. Il segreto sta non solo nel talento – talmente straordinario dall’apparire in scena quasi naturale: una sfida permanente al comune senso dell’equilibrio e del movimento – ma nella determinazione artistica della danzatrice dai capelli rosso tiziano. Nel suo percorso, Alessandra Cristiani ha, tanto ostinatamente quanto discretamente, aggirato sia il concettuale che l’anedottico – e il luttuoso ironismo del glamour - cioè le principali scorciatoie con cui la danza postmodernista ha risposto alla propria crisi come arte figurativa. E ha imboccato con decisione la strada, assurda e marginale, della purezza – della purezza del segno, prima ancora che del corpo. Realizzando un paradosso che solo questi tempi sembrano rendere possibile: le sue performance riescono a comunicare, a sfondare la parete con il pubblico, proprio per l’eccesso di espressione che le pervade - come una lingua indecifrabile che all’improvviso si rovescia e si traduce in un’assoluta trasparenza. Assurda e marginale è la lingua perduta del sublime. Artista grande e sommessa, Alessandra Cristiani la fa risuonare- nella sua carne.


Opheleia, uno spettacolo di e con Alessandra Cristiani
Azione di Sabrina Cristiani
Musiche di Claudio Moneta
Luci di Gianni Staropoli
Visto al Teatro Furio Camillo di Roma nell’ambito della rassegna Trasform’Azioni







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