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Le elezioni avrebbero dovuto compiere o almeno facilitare una "trasformazione democratica dall'interno". Ma nella migliore delle ipotesi confermeranno lo status quo

Irene Panozzo

Domenica 11 Aprile 2010


Finalmente si parte: dopo vari rinvii, le elezioni generali sudanesi possono iniziare. Dalla mattina di oggi alla sera di martedì 13, i cittadini sudanesi che si sono iscritti negli elenchi elettorali lo scorso novembre potranno recarsi ai seggi e votare.
Difficilmente però queste elezioni saranno quello che avrebbero potuto e dovuto essere. Ovvero le prime elezioni realmente multipartitiche dopo 24 anni, necessarie a compiere o quantomeno a facilitare quella “trasformazione democratica dall'interno” che doveva essere una delle conseguenze del trattato di pace del gennaio 2005, quel Comprehensive Peace Agreement (Cpa) che ha posto fine alla guerra civile più che ventennale tra Nord e Sud Sudan. Perché è stato in sede negoziale che l'appuntamento elettorale è stato deciso, come parte integrante dell'applicazione e del consolidamento della pace attraverso una progressiva apertura del sistema politico sudanese e, appunto, una trasformazione democratica gestita dagli stessi attori della guerra civile, diventati partner di governo: il partito per il Congresso Nazionale (Ncp) e il Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm). Ovvero, il partito del presidente Omar al-Bashir, arrivato al potere con un colpo di stato militare islamista nel 1989, e gli ex ribelli, guidati fino a qualche mese dopo la firma del Cpa dal loro fondatore John Garang e poi dall'attuale primo vicepresidente della repubblica e presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit.
Nell'intenzione dei negoziatori e dei paesi stranieri che quei dialoghi hanno facilitato e osservato, le elezioni dovevano essere quindi un passo in più per trasformare in Sudan in un paese plurale e democratico, un paese di cui tutti i suoi abitanti potessero sentirsi cittadini a pieno titolo. Contribuendo in questo modo a “rendere attraente l'unità”, make unity attractive, agli occhi dei sudsudanesi, chiamati al termine del periodo transitorio di sei anni, che si concluderà il prossimo gennaio, a decidere tramite referendum se rimanere parte del Sudan come lo conosciamo oggi oppure scegliere l'indipendenza, staccandosi dal resto del paese.
Se queste dovevano essere le intenzioni, le elezioni, comunque vadano, sono già un parziale fallimento. Un fallimento che si è consumato soprattutto nelle ultime settimane, anche se ha radici più lontane. Dalla creazione del governo di unità nazionale e di quello autonomo del Sud Sudan, a metà 2005, a oggi le battute d'arresto sul cammino di applicazione del Cpa sono state molte. La pace ha tenuto, nonostante tutto, ma le tensioni e i bracci di ferro tra i due ex nemici e partner di governo non sono certo mancati. Questo ha fatto sì che l'unità non sia stata resa per nulla più attraente. Anzi. Al di là delle singole ragioni di scontro, quel che sembra essere mancato è stata la capacità, quando non la volontà, di creare un clima di fiducia in modo da mantenere vivo lo spirito del Cpa. Con responsabilità da entrambe le parti: l'Ncp per nulla intenzionato a spartire o lasciare il potere, lo Splm molto diviso al suo interno, con una leadership debole e con un intero Sud Sudan, distrutto sotto ogni punto di vista da più di vent'anni di guerra, da governare e ricostruire.
I boicottaggi decisi dallo Splm e da alcuni partiti di opposizione negli ultimi giorni delegittimano e indeboliscono così un processo elettorale che avrebbe potuto e dovuto essere una tappa fondamentale per la trasformazione del paese. Nella migliore delle ipotesi, le urne sanciranno il mantenimento dello status quo: Omar al-Bashir riconfermato alla guida del paese, di fatto senza dover neanche combattere visto che i suoi principali rivali si sono ritirati dalla competizione; Salva Kiir eletto presidente del Sud Sudan; l'Ncp partito di maggioranza al Nord (anche qui, praticamente senza concorrenza causa boicottaggi) e lo Splm al Sud. In mezzo, ulteriori veleni e tensioni, che difficilmente potranno favorire un clima sereno di dialogo e cooperazione per i prossimi mesi. Che sarebbe però altamente necessario: ci sono solo nove mesi prima del voto per il referendum del Sud e la possibile, se non probabile, indipendenza della regione, ma molti nodi rimangono irrisolti. Due per tutti: la demarcazione del confine tra Nord e Sud e nuovi accordi per la spartizione del petrolio meridionale, principale risorsa economica del Sud, ma commercializzato attraverso il Nord.


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