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Si sono aperti questa mattina i seggi per le prime elezioni generali multipartitiche degli ultimi 24 anni. Che appaiono però delegittimate in partenza per il boicottaggio di diversi partiti

(l'immagine è tratta dal sito del britannico Guardian, www.guardian.co.uk)

Irene Panozzo

Domenica 11 Aprile 2010

Da questa mattina alle 8, ora locale, il più grande paese dell'Africa è chiamato alle urne. Per tre giorni, i cittadini sudanesi potranno votare per il presidente della repubblica, l'assemblea legislativa, i governatori dei 26 stati che compongono il Sudan, le amministrazioni locali e, per quel che riguarda la regione autonoma del Sud Sudan, il presidente e il parlamento regionali. Tradotto in numero di schede, significa che i cittadini del Sud Sudan si troveranno a mettere ben dodici croci su altrettanti fogli, mentre quelli degli stati del Nord “solo” otto. Delle vere e proprie elezioni generali, un esercizio imponente in un paese in cui le aree remote, senza strade e servizi di base, non mancano di certo.
Al termine di quasi tre mesi di una campagna elettorale a tratti molto vivace, nonostante le molte limitazioni alla libertà di riunione e di parola che partiti e attivisti per i diritti umani locali e stranieri hanno denunciato, le prime elezioni multipartitiche da 24 anni a questa parte si annunciano però come una pallida copia di quello che avrebbero potuto e dovuto essere. Ovvero una consultazione necessaria a compiere o quantomeno a facilitare quella “trasformazione democratica dall'interno” che doveva essere una delle conseguenze del trattato di pace del gennaio 2005, quel Comprehensive Peace Agreement (Cpa) che ha posto fine alla guerra civile più che ventennale tra Nord e Sud Sudan.
Così non sarà. Perché negli ultimi dieci giorni, formalmente come protesta di fronte alle violazioni e alla pianificazione di brogli da parte dell'Ncp, una serie di annunci di boicottaggio hanno pesantemente ridimensionato la portata dell'appuntamento elettorale che si concluderà martedì, creando anche molta confusione. Tanto che a poche ore dall'apertura dei seggi, ancora non si sa con certezza se lo Splm boicotterà o no tutti i livelli di voto negli stati settentrionali – eccezion fatta per Kordofan meridionale e Nilo Azzurro, regioni formalmente del Nord ma che hanno combattuto al fianco del Sud, dove gli ex ribelli hanno quindi un seguito e un ruolo politico rilevante. Così aveva annunciato formalmente mercoledì scorso il segretario generale del partito, Pagan Amun, smentito poi nei giorni successivi da Salva Kiir in persona. Venerdì pomeriggio, a poche ore dal comizio di chiusura della campagna elettorale, in un incontro con la stampa a Juba, capitale del Sud Sudan, Kiir ha detto che il suo partito non aveva ancora deciso cosa fare in proposito. Poche ore dopo, è iniziato il silenzio pre-elettorale, senza che il nodo fosse ufficialmente sciolto.
Certo è invece il ritiro, deciso il 31 marzo, del candidato presidenziale dello Splm, Yasir Arman, considerato l'unico rivale con un peso tale da poter mettere in difficoltà la conferma di Bashir alla presidenza della repubblica. Ma il ritiro di Arman, come quello dei candidati presidenziali di alcuni grandi partiti di opposizione, è arrivato troppo tardi: i loro nomi saranno quindi sulle schede che gli elettori sudanesi troveranno nei seggi. In ogni caso, il loro ritiro lascia la strada spianata alla conferma di Bashir, che ha condotto una campagna elettorale muscolosa, battendo a tappeto buona parte del Nord del paese. Ma che non ha ritenuto necessario fare venerdì sera il classico grande raduno di chiusura della campagna elettorale, quasi a sottolineare la certezza della sua vittoria.
Diverso l'atteggiamento di Salva Kiir, che per la presidenza del Sud Sudan deve affrontare la concorrenza di un suo ex compagno di partito, l'ex ministro degli esteri Lam Akol, che un anno fa ha fondato il Movimento popolare per la liberazione del Sudan-cambiamento democratico (Splm-Dc). Ma è difficile che Akol possa mettere realmente a repentaglio la conferma di Kiir, che nella sua campagna elettorale, condotta fin negli angoli più remoti della regione meridionale, ha ripetutamente ricordato i suoi meriti come ribelle, sia nella prima (1955-1972) che nella seconda (1983-2005) guerra civile contro il Nord Sudan. Andando così a toccare il nervo scoperto del risentimento di molti sudsudanesi nei confronti di Khartoum.
Una mossa che può tornare utile per scaricare sul governo centrale (di cui comunque lo Splm fa parte) le responsabilità delle molte speranze disattese in questi primi cinque anni di pace. Ma che soprattutto apre già, se mai ce ne fosse bisogno, la campagna elettorale per quello che è il vero appuntamento con le urne che interessa al Sud Sudan: il referendum per l'autodeterminazione del gennaio 2011, che permetterà alla regione di scegliere se rimanere parte del paese o diventare indipendente. Nella speranza che la situazione non precipiti prima.


L'articolo è oggi anche su il manifesto

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