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Ieri in Daghestan e’ atterrato a sorpresa Dmitri Medvedev: "questa non è una provincia straniera, è il nostro paese”. Invocando misure piu’ severe contro il terrorismo, ha rilanciato la sua ricetta per salvare il Caucaso.

Lucia Sgueglia

Martedi' 2 Marzo 2010

MOSCA – Kizlyar, Daghestan, estrema provincia russa, e’ un grosso borgo di pianura, 50mila abitanti, schiacciato tra la costa del Caspio e i monti ceceni. Vi distillano l’unico cognac decente di Russia, vi passa un’importante arteria stradale e ferroviaria che collega Mosca all’Azerbaigian. Un convento ortodosso immerso nel mare islamico ospita una monaca solitaria, tra centinaia di lapidi del 700, il tempo degli zar, il Caucaso colonia dell’Impero, forse poco e’ cambiato. Non e’ un posto tranquillo. Due giorni fa due kamikaze uccidono 10 poliziotti, ieri mattina non lontano un’auto piena di esplosivo detona, senza vittime. Proprio da qui, secondo i servizi segreti russi, proveniva una delle due kamikaze fattasi esplodere il 29 marzo alla stazione Lubyanka a Mosca. Qui, insieme a una compagna cecena e al loro complice, sarebbe salita su un autobus per la capitale, con le cinture imbottite di tritolo gia’ legate alla vita. “Abbiamo notato che le ragazze erano magre in volto ma sembravano stranamente tondette sul corpo, si sono sedute in fondo separate e non hanno mai parlato”. Secondo il conducente, arrivati allo stadio Luzhniki di Mosca alle 02.00 di lunedi, i tre sarebbero rimasti a dormire con gli altri in attesa dell’alba, poi sarebbero spariti. Ancora a Kizlyar, a gennaio il vice imam cittadino fu ucciso in un agguato, e il 10 marzo e’ toccato all’insegnante di una madrassa. In Daghestan gli attentati prendono di mira anche i religiosi. Secondo le autorita’ locali, la lotta e’ tra islam sufi, moderato, ed estremismo “wahabbita” che in Daghestan conterebbe 1500 adepti. Ma secondo le organizzazioni per i diritti umani, spesso l’estremismo e’ solo una scusa del potere locale per colpire gli oppositori politici. Anche Dokku Umarov, l’aspirante califfo del Caucaso che l’altroieri in un videomessaggio ha rivendicato la strage di Mosca, ha suggerito che la fede c’entra poco: le esplosioni al metro sarebbero una “vendetta contro la strage di innocenti” occorsa l’11 febbraio in Inguscezia, quando in una delle tante operazioni speciali di Fsb piu militari russi contro i ribelli, rimasero uccisi 4 civili che erano in zona a raccogliere aglio selvatico, tra cui anche dei minori, conferma la ong Memorial.
E ieri in Daghestan e’ atterrato a sorpresa Dmitri Medvedev. Un’ottima mossa, mentre il premier Putin spariva in Venezuela. Il capo del Cremlino ha strigliato i media russi che tendono a criminalizzare indiscriminatamente tutti i caucasici: “La guera al terrore non deve dividere la societa’. Qui vivono cittadini della Russia, e questa non è una provincia straniera, è il nostro paese”. Invocando misure piu’ severe contro il terrorismo, ha rilanciato la sua ricetta antiterrorismo: sviluppo economico invece di repressione militare, lotta alla corruzione e al potere dei clan, istruzione per i giovani, “non sono parole vuote” ha concluso. Al suo fianco, a Makhachkala, il ministro degli interni Nurgaliev travolto dagli scandali nella polizia, e il businessman Aleksander Khloponin, inviato per il nuovo Distretto del Caucaso del Nord che per la prima volta include anche cittadini “slavi”: l’uomo chiave del “metodo Medvedev” nel Caucaso. E il capo dei servizi segreti Bortnikov che ha confermato: “Conosciamo l’identita’ degli organizzatori degli attentati di Mosca”.
Falsi allarmi-bomba in tutto il paese: a Pietroburgo evacuate migliaia di persone dalla cattedrale di Kazan, dove sono sepolti i Romanov; a Mosca rinviata la partita Cska vs Zenith “per motivi di sicurezza”.


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