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ATTENTATI MOSCA, VOCI DALLA LUBYANKA

Lucia Sgueglia

Martedi' 30 Marzo 2010

Elicotteri, ambulanze, sirene, polizia, agenti antisommossa, i famigerati “Omon”, decine di uomini e mezzi mobili della protezione civile in pettorina blu e arancio, e una grande tenda militare piazzata interrogativamente proprio davanti alla bocca di uno dei sottopassaggi che dalle viscere della stazione del metro Lubianka porta dalla parte opposta della piazza, la dove sta imponente e minaccioso il palazzo dell’Fsb. In mezzo, per un giorno si consuma il dramma di Mosca risvegliatasi nell’incubo terrorismo. Sigillato l’ingresso del metro, per giornalisti e parenti delle vittime. Ma le autorita’ fanno il possibile per fornire informazioni alle centinaia di media presenti, con briefing periodici organizzati al centro della piazza. Una donna sui 50, rossa in volto, all’improvviso si lancia verso l’ingresso della stazione - Dov’e’ mia figlia? – grida. Viene subito fermata dalle forze dell’ordine e indirizzata verso un membro della protezione civile, donna come lei, che con sguardo compassionevole la spinge da parte e le consegna un foglio stampato con su un indirizzo e dei numeri di telefono, il pronto soccorso dove sono stati portati subito i feriti. Voci che si rincorrono di altri ordigni esplosi, un terzo, forse un quarto, poi smentite. Mentre un elicottero della protezione civile atterra roteando le pale nel bel mezzo della piazza. Ma non e’ panico completo, si cerca di mantenere la calma: la piazza non viene chiusa al traffico e curiosamente le auto vi sfrecciano incuranti proprio nel mezzo, sfilando dinanzi al teatro della tragedia. Le stazioni di metro confinanti funzionano. Intanto gli agenti impiegano mezzora per spingere lontano dalla vista, e dalle telecamere, due chioschi ambulanti di hot dog. I curiosi fermatisi a guardare non sono molti, siamo in Russia. E del resto c’e’ poco da guardare, il dramma e’ nel sottosuolo. Passa una donna e piange, rifiuta di parlare. Parla invece Ludmila Sadmokat, 30 anni, venditrice di giornali a una bancarella affacciata proprio sulla piazza, viene da Orlov in provincia: “Ovvio, e’ terribile, anche se non ho visto di persona cosa e’ successo, ma lavoro qui tutti i giorni. E ora ho paura di prendere il metro. Chi e’ stato? Di solito in questi casi spesso si pensa a ceceni. Ma potrebbe essere stato chiunque, anche un russo, qualsiasi scemo”. Nadya e’ qui per raggiungere sua figlia che e’ in ospedale per partorire, la linea di metro colpita, la rossa, e’ bloccata, proprio quella che porta all’ospedale, lei reagisce con la rassegnazione tipica dei russi: “Che ci posso fare? Andro a piedi forse. Se non rischi poi non puoi bere champagne, dice un proverbio”. Natalia Smirnova non e’ moscovita, viene da Pietroburgo, 60 anni, era arrivata per portare sua nipote a vedere la capitale da turista per la prima volta: “Chi e’ colpevole? Io credo che qualcosa nella nostra politica non va. Ci sono attentati gia’ da 10 anni, nel Caucaso si spara ancora… probabilmente qualcosa non e’ a posto”. Sasha, 30 anni, tassista originario di Belgorod, esprime il suo stupore: “Davvero non mi aspettavo nuovi attentati a Mosca in questo momento, erano anni che la capitale era tranquilla, sembrava tutto finito. Pista caucasica? Di solito i terroristi sono loro … un russo non ha ragione di fare questo, e nessuno ce l’ha in verita’, perche’ mai colpire innocenti?” Putin e Medvedev? “Non so giudicarli bene, ma secondo me non sono loro che comandano veramente”.

In esclusiva per ANSA Mosca



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