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Irriconoscibile, la Russia di ieri vista dalla piazza, nel “Giorno dell’Ira”. Che ha visto migliaia di dimostranti scendere in strada in 50 città, a protestare contro il carovita e le crescenti difficoltà dovute alla crisi, corruzione e abusi della polizia, ma anche, per la prima volta, invocare più libertà politiche. Gridando "Putin, dimettiti!". Anche se molti meno del previsto - in tutto 14mila nella Federazione, a gennaio erano 10mila solo a Kaliningrad e avevano fatto ben sperare - perché le autorità locali han fatto di tutto per mettere i bastoni tra le ruote agli organizzatori. E i giovani ancora latitano... (foto: la manifestazione a Vladivostok)

Lucia Sgueglia

Domenica 21 Marzo 2010
MOSCA – “Putin dimettiti!”, “Governo a casa!” “Potere sotto il controllo dei cittadini!”, “Alzate il livello di vita, non i dazi!” e persino “Libertà di parola, elezioni libere!”. Irriconoscibile, la Russia di ieri vista dalla piazza, nel “Giorno dell’Ira”. Che ha visto migliaia di dimostranti scendere in strada in 50 città, a protestare contro il carovita e le crescenti difficoltà dovute alla crisi, corruzione e abusi della polizia, ma anche, per la prima volta, invocare più libertà politiche. Da Vladivostok a Kaliningrad, dalla musulmana Kazan a Novosibirsk, Mosca a Pietroburgo – ma è la periferia l’avanguardia del disagio, là dove i diktat del potere centrale pesano di più, e fremono venti autonomisti. Nell’enclave europea sul Baltico di Kaliningrad, già a gennaio 10mila avevano sfilato contro tasse sull’auto e il governatore Boos, cifra record per la Russia in 15 anni. Stavolta ne aspettavano 15mila, ma le
autorità locali han fatto di tutto per mettere i bastoni tra le ruote: alcuni organizzatori hanno deciso di rinunciare dopo le notizie circolanti di provocatori pronti a mescolarsi alla folla per causare disordini e screditare il movimento. Ma ieri sulla centrale Piazza della Vittoria si sono presentati comunque in 3mila, ignorando il divieto e, tra le bancarelle di una fiera agricola messa su come diversivo dalle autorità, hanno alzato mandarini con la faccia di Boos (che nel frattempo si difendeva in una maratona tv) e indossato mascherine bianche alludenti alla libertà parola. A coagulare la protesta vari partiti d’opposizione: comunisti, nazionalisti, liberali di Yabloko, Kasparov con Solidarnost. Ma soprattutto gente comune, unita in neonate associazioni civiche, e poi l'associazione degli automobilisti Tigr, i più attivi dall’inizio della crisi – in Russia sono una vera forza, si scagliano contro i dazi sull’import di auto straniere messi dal “protezionista” Putin che hanno tolto il lavoro a migliaia nel Far East russo (ieri 2000 han manifestato a Vladivostok, che ha visto anche la prima grande manifestazione dall'inizio della crisi nell'autunno 2008), la corruzione della stradale, le tasse auto. E la voce è corsa su internet, tra V Kontakte – il facebook russo con milioni di utenti, al Live Journal al sito 20marzo.ru, chiuso ieri dalle autorità di polizia per “incitamento a umori antigovernativi” e “contenuti estremistici”. Fino a ww.putinavotstavku.ru, che nato il 10 marzo ha già superato le 14mila firme. Cremlino e Casa Bianca ovviamente preoccupati - ma l’ordine dall’alto, vista l’alta presenza di pensionati e cittadini ordinari, era di non intervenire con violenza. Mentre a Omsk si chiede il ritorno all’elezione diretta dei governatori, abolita da Putin, Mosca grida contro sindaco e governatore, finisce male: 70 arresti sulla centrale Piazza Pushkin, anche qui picchetto non autorizzato. Intanto gli automobilisti bloccano a sorpresa
l’Anello dei Giardini, arteria nevralgica del traffico cittadino, giusto all’altezza del Ministero degli Esteri. Un’audacia evidentemente impossibile fino a un anno fa, quando il pil cresceva senza sosta.

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