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ASCESA E CADUTA DEL (MITO DEL) PADRONE BUONO 18/02/10

Mentre sui giornali impazza il cinismo degli "imprenditori" che, pensando ai profitti futuri, ridono sul terremoto in Abruzzo, la Fiat si appresta a chiudere Temini Imerese, e l'etica fa un altro passo indietro davanti agli indiscutibili imperativi del mercato. Eppure Sergio Marchionne sembrava finalmente incarnare il capitalismo dal volto umano. Peccato che il "fattore umano" non sia mai stato veramente nella lista delle sue priorità...

Katia Ippaso

Giovedi' 18 Febbraio 2010


Il problema è “il fattore umano”. Altrimenti non ci sarebbe problema. E’ pazzesco, ma a leggere con attenzione le dichiarazioni degli amministratori delegati, di chi detiene il potere industriale, c’è sempre un punto del discorso in cui bisogna parlare del lavoratore (e sempre di più di chi il lavoro ce l’aveva e l’ha perso), e lo si fa tirando un respiro grande, dicendo le cose in fretta, appellandosi ad un manuale di buone maniere che probabilmente conoscono solo loro, gli a.d., e che tengono nascosto a chiave in un cassetto, sempre lo stesso. A questa regola condivisa e benedetta non si sottrae Sergio Marchionne, che dal 2004 ad oggi ha perso le ali con cui si era presentato nell’empireo dei grandi industriali. L’umanità ha sempre bisogno di pensare in modo umano e anche il mondo Fiat si era fabbricato il suo mito, dopo tanto dolore: eccolo il padrone buono, l’uomo giusto.
D’altro canto Marchionne, manager dal curriculum spettacolare (commercialista e avvocato, pensa in inglese prima che in italiano da italo-canadese-svizzero quale è, ha tre lauree, una in filosofia, una in economia l’altra in giurisprudenza), si era presentato con le migliori intenzioni, dopo aver salvato diverse altre aziende. Il “risanatore” aveva un metodo infallibile, dominato da uno spirito di “flessibilità bestiale”. Primo punto: la concorrenza. Secondo punto: il prodotto. Terzo punto (specifico): General Motors. Quarto punto: la stretta delle banche. Quinto punto: la formazione di una squadra di manager giovani e svelti, più abili dei vecchi mammozzoni che occupavano i quadri intermedi della Fiat, gente che fosse in grado di stare “allo stesso livello dei concorrenti” e a cui ciclicamente avrebbe dato i voti, giusto per tenerli all’erta. Ed è vero che Marchionne parlava di “un mercato che non conosce il concetto dell’etica”, ma affermava di volerci stare, ovviamente, dentro. Questo alla fine del 2007. Non risaltavano, tra i cinque punti di questo metodo efficientissimo (ma non era l’efficienza una delle Forme del Potere genialmente identificate da James Hillman in un vecchio libro?) riferimenti specifici agli operai, alle loro vite. L’assillo era sempre e solo “la concorrenza”. Nonostante questo, Marchionne lavorava sodo e bene, agiva di testa sua, non sembrava sottomettersi al potere politico. In più, aveva in mente grandi cose. Una riguardava proprio Termini Imerese.
Sempre nel 2007, 19 febbraio: la Fiat incontra a palazzo Chigi i sindacati, e annuncia “un produzione di 500 mila autovetture entro il 2010”. In quell’occasione, si dichiara anche che Termini Imerese si sarebbe trasformato da impianto di assemblaggio a polo capace di fabbricare interamente un’autovettura. La produzione annua sarebbe salita a 200.000 auto, mentre l’organico sarebbe passato da 2000 a 4500 addetti. (secondo una fonte di rassegna sindacale del 28 febbraio 2007).
Non ci sono dubbi: il padrone è buono.
Passa qualche mese. Nel discorso di fine anno che abitualmente l’amministratore delegato tiene ai dirigenti del gruppo Fiat, Marchionne introduce il termine “incognita” e annuncia che “il 2009 sarà un anno difficile, il più difficile che io abbia mia visto in tutta la mia vita”. Ritorna l’odiosa “flessibilità” (parola quanto mai ambigua, che porta con sé un’ombra cupa da tagliatore di teste) e si riassesta il numero cinque. I cinque principi chiave su cui Marchionne fonda la sua filosofia sono, stavolta, i seguenti: “Il merito prevale sulle conoscenze, la leadership sull’autorità, la ricerca dell’eccellenza sulla mediocrità, lo spirito competitivo sulla visione egocentrica, e l’affidabilità sulle vane promesse”. Proprio non ce la fa, Marchionne, a mettere l’essere umano, il lavoratore, tra i cinque principali punti del suo programma, mentre con foga afferma la priorità della competizione. Non per questo perde il proprio credito in termini di potere simbolico.
Tutto cambia nel 2009. Sono passati solo dodici mesi, lo scenario è lo stesso e nel discorso/panettone di fine anno l’a.d. del gruppo Fiat scrive un messaggio: “il peggio è passato”.
Ma come può essere passato il peggio se a distanza di pochi giorni, siamo già nel 2010, Marchione dichiara di aver preso la sua decisione: “Termini Imerese verrà chiusa nel 2011”?
Come può essere passato il peggio se, secondo le parole di Nina Leone, delegata sindacale e operaia alla Fiat Mirafiori, c’è la paura che “anche questo stabilimento possa morire mano a mano”?: “Attualmente facciamo circa 900 vetture per 5.500, due o tre anni fa al lavoro eravamo 6.500 e ne facevamo 1.200…la prospettiva è di scendere a 600 vetture al giorno”.
Come può essere passato il peggio se le cose stanno così?
Ma Marchionne non è un bugiardo, dal suo punto di vista è persino coerente. Per lui in effetti il peggio è passato. Il 4 febbraio, l’amministratore delegato Fiat dichiara a “La Stampa”: “Non possiamo permetterci di tenere aperto un impianto che da troppi anni funziona in perdita…Non è più grado, di stare in piedi…Per assurdo, per noi sarebbe più conveniente continuare a pagare tutti i dipendenti fino alla pensione tenendoli a casa”.
Per assurdo, s’intende.
Nel corso della stessa intervista, Marchionne esprime la sua più grande soddisfazione: “Siamo un’azienda in continuo movimento, ci espandiamo, e alla fine dell’anno la Fiat Cinquecento sbarcherà negli Stati Uniti…Stiamo facendo una fatica bestiale ma oggi a Detroit veniamo trattati alla pari e sta crescendo una nuova classe dirigente italiana: ogni settimana 50 persone volano negli Usa per diventare manager di un’azienda globale”.
E’ tutto chiaro. Duemila operai perdono il lavoro in Sicilia, giovani manager cazzutissimi si impiantano a Detroit.
Fin dai primi discorsi, Marchionne sembra sempre dimenticare qualcosa, ma nessuno ci fa caso. Si ha fretta di dare un marchio di fabbrica a chi è stato chiamato per salvare un marchio: “Il mio obiettivo è salvaguardare i nostri marchi, il nostro business e il nostro metodo di gestione”. In compagnia di uomini meritevoli e efficienti - che non solo ovviamente gli operai sbattuti in un posto del profondo Sud dimenticato da Dio da un pezzo.
Da questo punto di vista, la sua missione è compiuta.
Quindi, il padrone, o è sempre stato buono o non è mai stato buono. Per giudicarlo, basta leggere con attenzione i testi dei suoi discorsi (la filologia può darci una mano a capire come sono andate le cose).
Dal punto di vista simbolico, la fotografia della Cinquecento che arriva negli States impolvera, fino a coprirla completamente, la scena imminente dell’abbattimento dell’impianto di Termini Imerese, con tutti i suoi uomini. Questa storia di deriva e povertà non si porta dietro nessuna epica. I fotografi che andranno a Palermo a documentare la fine di un’epoca dovranno penare per piazzare i loro reportage.
Sono finiti i tempi di Olivetti, “il padrone rosso”, che in anticipo di due anni sulle altre aziende aveva concesso il sabato libero ai suoi operai.
Un’altra epoca? Certo. Ma il fattore umano è sempre lo stesso, solo che per alcuni è un problema, per altri è il centro del mondo.
D’accordo, nel 2009 c’è stata crisi globale totale, ma la crisi non è un fattore soprannaturale: ha a che fare con i cicli della storia, e la storia (fino a prova contraria) la fanno ancora gli individui, a seconda di come pensano e agiscono.
Povera Cinquecento, che sbarca in America senza più anima.


questo articolo è uscito anche su GliAltri di Piero Sansonetti







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