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MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

MIRAGGI DELLA DANZA 16/02/10

Finalista al Premio Equilibrio, West/Mirage, lo spettacolo della danzatrice Annika Pannitto si propone come un lungo e complesso percorso di sperimentazione e di gioco sul corpo del medesimo e su quello dell'altro: ogni sera, in scena, un ospite diverso interagisce con la performer. Visto al teatro Furio Camillo di Roma

Luigi Coluccio

Martedi' 16 Febbraio 2010
Corpi che si piegano, si deformano. Corpi che obbediscono. Corpi che divengono l’orizzonte entro il quale inscrivere un ordine, un sopruso, una violenza. E che poco a poco, passo dopo passo, ondulazione dopo ondulazione, diventano terre sconosciute, forse portatrici di libertà, miraggi. West/Mirage, spettacolo/creazione della danzatrice Annika Pannitto e del “binomio artistico” Keramik Papier –al secolo Danilo Morbidoni e Sara Panucci-, e finalista al Premio Equilibrio 2008, propone un lungo e complesso percorso di sperimentazione e gioco attorno, dentro, un corpo (la Pannitto) e un sofisticato, mutevole, sistema di segni, idee, strati di materia (colori, suoni, spazi). E altri corpi: quello di un ospite diverso ogni sera che interagisce con tutto ciò, modula, disfa e crea, presenzia. E la vertigine, teorica, fattuale, diviene esposizione, brivido del rischio (ancora il gioco): nella replica da noi vista il guest in scena, negli spazi, era Diego Labonia, light designer di riferimento per molta della scena teatrale romana (Accademia degli Artefatti, Tony Clifton Circus, Margine Operativo et similia) nonché avvezzo ad “intrusioni” sul palco come dimostra la partecipazione in prima (e defunta) persona nella performance di Elio Castellana Dead Friend (Short Theatre edizione 2007).
Due corpi, dunque. Intagliati, al confino dentro le partiture soniche e cromatiche dei Keramik Papier, che aprono e suggellano il tutto con degli sprazzi cinematografici, di pura visione: un dialogo da Paris, Texas e il tema musicale di Dead Man ad opera di Neil Young. In mezzo, la sperimentazione e il gioco (che, in definitiva, non sono la stessa e discutibile cosa?): la danza minima della Pannitto e la presenza di Labonia, i loro linguaggi a confronto, a resistere, inficiare, cavalcare l’algoritmo sinestetico del duo Morbidoni-Panucci.
I due performer in scena instaurano una perfetta alchimia corporale, di intenti, tessendo momenti interlocutori ad altri più pregnanti, rispondendo in tempo reale alle stimolazioni, soffuse oppure urgenti, provenienti dal partner. Ecco dunque la danza della Pannitto, fragile, sinuosa, che si traccia lungo ampi movimenti da e verso la sua macchina-corpo, sorprendentemente ben salda nelle porzioni di spazio che occupa di volta in volta (sottolineate, ricavate, dai tagli di luce onnipresenti ed ossessivi); ed ecco Labonia che sembra intuire ciò, assecondando con movimenti che descrivono ampi circoli, a volte disattesi da un cambio improvviso di passo, prospettiva, per permettere al guest in scena di avvicinarsi, spezzare la trama sinusoidale fin lì così chiara e netta, ed emulare le pause, le sedute, della Pannitto (in un’interessante gioco di volumi: lei così minuta e ipnotica, lui così imponente eppur sottile, semplice ombra a volte). La partitura è duplice eppure in alcuni passaggi sembra di assistere ad un solo. Solo che si staglia per la sua appartenenza univoca ad uno dei due performer presenti in quel risoluto instante in scena: la Pannitto come corpo esposto in pose spezzettate da un montaggio luci a volte “narrativo” a volte ambientale; Labonia che interagisce con i cromatismi dei Keramik Papier grazie ad uno specchio (primo ed ultimo residuo portato da fuori, intima essenza dell’ospite della serata). E il lavoro del duo Morbidoni-Panucci ingloba, espone tutto questo con un forsennato uso di abbaglianti luci dal colore rosso (rimando essenziale al lavoro di Robby Müller per la fotografia di Paris, Texas… e, a pensarci bene, direttore della fotografia anche di Dead Man) e un suono stratificato e avvolgente. Un suono che nelle sue numerose e articolate armoniche, variazioni, “solleva” ambienti cupi e misteriosi come passaggi più orizzontali e neutri.
Ma questo articolato e verticale sistema spettacolare verrebbe meno senza una verifica, una mostrazione esterna che sappia di contatto, crescita esponenziale o semplicemente via di fuga. E così le luci governate dai Keramik Papier estendono il loro dominio anche sulla platea, sfondando un gioco (e una sperimentazione) fino a quel momento riservato alla Pannitto e a Labonia. Da ricamo spaziale il rosso abbagliante, inquietante, diviene sirena d’allarme, radar scrutatore, precipitando il pubblico direttamente accanto ai due performer. E questo flusso chiarificatore si estende di riflesso anche allo spazio elevato a scena del giuoco delle parti di cui sopra, così che la Pannitto e Labonia si defilano, in un anfratto del palco, lasciando interamente lo spazio, il suono, alla macchina sinestetica dei Keramik Papier, che scolpisce, svela, pieghe e finestre e profondità di un luogo prima vergine oramai intessuto, modificato, dalla danzatrice e dal light designer/performer ospite.
E la vertigine si scioglie, si risolve, in una sonorità che diviene, poco a poco, ondulazione dopo ondulazione, la chitarra di Neil Young, il west, un miraggio.



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