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FUOCO SUI REPORTER. ANDY CERCA ANCORA VERITÀ.

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La democrazia ucraina alla prova di crisi economica, corruzione, pressioni russe, aspettative occidentali. Domani si vota a Kiev, la corsa è tra la patriota pasionaria Yulia e il filorusso Viktor. A 5 anni dalla primavera arancione gli ucraini tirano le somme, e contano molte sconfitte: promesse non mantenute, indicatori economici in picchiata e corruzione alle stelle, elettori delusi. Ma in un paese radicalmente trasformato, in nome del look e dei media liberi. Dove per qualcuno, il problema oggi è l’ “eccesso di democrazia”, o il rischio dittatura. In una telecrazia che ricorda l’Italia.

Lucia Sgueglia

Sabato 6 Febbraio 2010

Kiev - “Yulia un modello per le donne ucraine? Impossibile. Sai, da noi va forte una battuta: ‘Chi è l’uomo più forte di Ucraina? Yulia Tymoshenko’. Altro che women power”. Ride trafiggendo l’anima della nuova Ucraina Larisa Zadorozhnaja, 34 anni, corrispondente della tv Inter da Mosca, un volto noto nel suo paese, mentre mescola caffè e panna nella pasticceria viennese giusto dietro Maidan, la piazza della Rivoluzione, tra camerieri in guanti bianchi e richiamo d’Europa. 5 anni dopo la “primavera arancione”, Bruxelles e l’Occidente restano lontani, Mosca torna vicina. Ma per Larisa “Gli arancioni hanno cambiato per sempre il modo di fare politica in Ucraina. E se oggi rischiano di perdere il potere, è proprio grazie a quella rivoluzione. La democrazia è questo, può vincere il candidato meno progressista”. Il riferimento è a Viktor Yanukovich, 54 anni, l’ex premier che in quel dicembre 2004 fu sbeffeggiato di fronte al mondo, e poi detronizzato, come “pupazzo di Mosca”, rigido burocrate legato al passato sovietico e filorusso di Kiev. Oggi nella corsa per la presidenza ha 10 punti di vantaggio su Yulia Tymoshenko: la pasionaria filoccidentale, la Giovanna d’Arco dell’est, la cui popolarità ha retto al default arancione. I pronostici restano incerti. Ma Viktor si è già preso la sua rivincita. Grazie ai delusi: instabilità, crisi politica cronica, campagna elettorale permanente, caos istituzionale, corruzione alle stelle: per Transparency International Kiev è 146esima su 180, peggio che negli anni 90. Pil giù del 15%. Ha accettato la sfida della bella Yulia, rubandole i trucchi. Non senza scivoloni: “Se è una donna, il suo posto è in cucina”, s’è fatto sfuggire a due settimane dal voto rischiando di alienare d’un botto l’elettorato femminile.
Ma il voto di domani non è questione di genere, è convinta Larisa: “La piazza si è trasferita in tv, ora tutto si gioca lì. È questa la vera rivoluzione ucraina: media liberi e aperti”. E nell’ultima campagna lo schermo si è trasformato in un ring. Altro che fair play alla Obama. Obiettivo: screditare l’avversario, con ogni mezzo. Botte incluse. Ore 19, un venerdi di dicembre. Va in onda Shuster Live, talk show politico settimanale condotto dal popolarissimo Savik Shuster, transfuga dalla Russia finita la libertà mediatica dell’era Eltsin. In diretta. Questa è libertà sta scritto in lettere capitali sopra l’ingresso dello studio. 6 milioni di spettatori a puntata, incollati allo schermo. Più una striscia quotidiana di 50 min in prima serata, dal lunedì al venerdi, seguitissima. 100 ucraini in studio premendo un pulsante votano il proprio gradimento agli invitati. Due ore in cui tutto è permesso: un rappresentante dell’opposizione chiede al ministro degli interni se alza ancora il gomito, ricordando quella volta in cui all’aeroporto di Francoforte rifiutarono di imbarcarlo, troppo alcool nelle vene. Si prende un ceffone in pausa pubblicità. Domande scomode, ma anche provocazioni e narcisismo, tutto in nome dell’auditel. Pazzesco se si pensa alla vicina Russia, dove né Putin né Medvedev hanno mai partecipato a un vero contraddittorio, e tutte le tv sono controllate dallo stato. Anche a Mosca gira una battuta: “I russi hanno fatto causa agli ucraini – a tre settimane dal voto l’esito non è ancora noto”. E anche se la grande libertà di parola e di critica senza censure seguita alla rivolta del 2004, sospira Larisa, “ormai è un ricordo lontano (ogni canale è in mano a un oligarca che sostiene un candidato), almeno c’è pluralismo, dibattito aperto, vera competizione elettorale”. Senza uguali nell’ex Urss. 21.30, su Inter tv è di scena “Alta politica con Evgeny Kiseliov”, anche lui lasciò Mosca per la più libera Ucraina. Debutto a settembre, enorme successo. Sola in mezzo allo studio, Yulia affronta il fuoco incrociato dei giornalisti. Una di loro la punge sul suo noto amore per il lusso, che contrasta con gli inviti all’austerità del suo governo: “Quale dei suoi fashion brand preferiti indossa oggi?”. Risposta degna di un animale da palcoscenico: “Si avvicini, per favore. Controlli l’etichetta del mio vestito”. La giornalista avanza imbarazzata, le solleva il colletto sulla schiena. La telecamera inquadra un collo candido adornato di pelle, brivido erotico. Niente Prada, ma Aina Gassé, stilista ucraina di grido: “Ecco, faccio pubblicità gratis alla creatività del nostro paese”. E poco importa se per gli insider la Gassé ha costi probitivi e non regala nulla a nessuno. Il carisma di Yulia, come la sua oratoria, non hanno eguali. Forse per questo l’avversario ha rifiutato il confronto diretto con lei. I pr di Yanukovich sanno che nel faccia a faccia perderebbe. Scandalo, quando si è saputo che il suo staff impone ai giornalisti di scrivere una lista di domande prima dello show – in diretta, Viktor risponde leggendo un gobbo. E attacca il fallimento arancione: “State meglio ora o 5 anni fa? Cosa ci ha portato la rivoluzione? Libertà di parola? Ottimo. Ma il prezzo pagato dagli ucraini per lo sviluppo della democrazia, è stato troppo alto”. Chiama Yulia “voltagabbana”: da nemica numero uno della Russia ad amica di Putin, in nome del gas – l’incontro col premier russo a Yalta pareva una luna di miele. Lei taccia Viktor di codardia, di appoggiarsi sugli oligarchi corrotti, lui le ricorda di aver fatto miliardi col gas nell’era Kuchma, la cifra folle spesa per la campagna. Ascolti record, gli ucraini mangiano pane e politica. Come nell’Italia anni 50? Ci pensa su Larisa: “certo, siamo un paese enormemente politicizzato. I bambini in prima elementare conoscono nomi, cognomi e ruoli dei nostri politici, non è normale”. “Oggi in Ucraina le vere pop star sono i politici - riassume il politologo Vladimir Fesenko – “Ma la politica è diventata una soap opera: troppi personalismi, contenuti zero”. Differenze sfumate: entrambi i candidati si dichiarano filoeuropei e amici della Russia.
Qualche analista dà ragione a Putin: l’Ucraina soffre di un “eccesso di democrazia”, il paese è paralizzato. “Parte dell’elettorato ora sogna una mano forte” avverte Fusenko. L’88% degli ucraini è insoddisfatto della situazione attuale del paese, il 91% per quella economica, ha sfiducia nei politici. Ma continua a seguirli in tv, da loro dipende il destino del paese. Per un ex del suo staff, Dmitro Vydrin, Tymoshenko col suo populismo spiccato “potrebbe trasformarsi in una nuova Eva Peron”. All’ultimo congresso del suo partito suggerì: “L’Ucraina ha bisogno di una dittatura della legge e dell’ordine”. Somiglia sempre più a Putin secondo alcuni osservatori: lo stesso modo di guardare in camera e parlare, e quell’”absolutno”, intercalare fisso nelle risposte. “Ma in un mondo politico macho come il nostro, ammette Larisa, “è l’unica donna al potere che non ha un uomo alle spalle”.

LE METAMORFOSI DI YULIA E VIKTOR: IL LOOK è MADE IN USA
Lei alla bionda treccia stretta sul capo, il suo marchio, non ha rinunciato. Ma ora a volte si fa vedere in giro a chioma sciolta, dal matrimonio della figlia con una rock star britannica al concerto spot in suo onore, dove indossava anche un paio di jeans. Basta magliettine arancio attillate da rivoluzionaria glamour, meno firme francesi e più patriottismo. Oggi punta sul bianco totale, interrotto dal cuore rosso che batte, simbolo del suo partito. Al primo turno s’è presentata al suo seggio di Dnipropetrovsk acconciata da regina delle nevi. Restano gli abiti in stile vittoriano. Ma all’aura castigata aggiunge un tocco più femminile e insieme piu aggressivo: nel manifesto elettorale abbraccia il cucciolo di tigre sua mascotte: Tigrjulia, “tigrotta” è il suo nuovo soprannome, ma puoi leggerlo anche come “Yulia la Tigre”. Scende nei quartieri operai senza trucco, cappotto nero. Ma i suoi modelli sarebbero Margaret Tatcher ed Eva Peron. “Niente è impossibile”, adotta il motto Adidas accanto a un nuovo slogan: Lei – è l’Ucraina, alla faccia della modestia. Nel suo staff più uomini che donne, tra cui i look maker dell’ex consigliere di Obama, D. Axelrod. Difetti? Una risata idiota, dicono.

Lui ne ha fatta di strada da quel dicembre 2004, quando inciampava nei discorsi pubblici e gli capitava di fare a pugni con membri del suo staff. Nel 2005 ha assunto Paul J. Manafort, consulente Usa legato all’entourage di John McCain. Il suo ufficio pr ne esalta le qualità di moderato, cerca di presentarlo come un intellettuale, amante delle buone lettura. Ma la sua verà specialità sono le gaffe: arrivato a Gherson per un comizio fa “Buongiorno, elettori di Nikolaev!”. Scambia la somma poetessa Anna Akhmatova con Rinat Akhmetov, l’oligarca più ricco d’Ucraina e suo finanziatore. Più a suo agio nei bagni di folla nelle ‘sue’ regioni dell’est filorusso, tra minatori e oligarchi dei metalli. Resta segregata la moglie Ljudmila, dopo aver dichiarato su Maidan nel 2004 “questi agrumi arancioni sono tutti dei drogati”. Viktor adesso ama farsi vedere in chiesa, mostrarsi pio e devoto, specie davanti alle tv. Ha imparato a trattare bene i giornalisti, per la campagna ha piazzato il proprio quartier generale all'hotel Intercontinental, centro di Kiev, mentre Yulia si sistemava all'Hyatt offrendo alla stampa i banchetti più ambiti. Entrambi, nati nelle regioni russofone, sono andati a scuola di ucraino.

Oggi su Io Donna, settimanale del Corriere della Sera



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