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NIGERIA, ARRIVA LA RIVENDICAZIONE 18/2/13

NIGERIA, ARRESTATO PER CORRUZIONE DIMEJI BANKOLE 07/06/11

NIGERIA, IL GIGANTE FRAGILE 01/02/2010

LA SHELL PAGA PER GLI ABUSI IN NIGERIA 9/6/2009

JOS, LA CALMA DOPO LA FOLLIA 2/12/08

NIGERIA, BLOCCATO TENTATIVO DI RISCATTO 4/01/06

NIGERIA, OLEODOTTO IN FIAMME FA STRAGE 27/12/06

PETROLIO E POVERTA', MIX ESPLOSIVO 27/12/06

NIGERIA, NIENTE RISCATTO PER GLI OSTAGGI 21/12/06

ITALIANI RAPITI: LA RIVENDICAZIONE ARRIVA VIA MAIL 9/12/06

NIGERIA, RAPITI TRE ITALIANI 8/12/06

DELTA DEL NIGER, TRA PETROLIO E POVERTA' 23/11/06

RAPIMENTO A PORT HARCOUR 12/05/06

I GUAI PETROLIFERI DI OBASANJO 21/4/06

LA NIGERIA NEL ‘TRIANGOLO DELLE BERMUDA’ 23/02/06

NIGERIA, IL GIGANTE FRAGILE 01/02/2010

Riesplodono i conflitti nel nord del paese e nel Delta del Niger. Il presidente federale assente da più di due mesi. Per il colosso africano suona l'allarme.

Enzo Mangini

Lunedi' 1 Febbraio 2010

Il primo febbraio la Royal Dutch Shell ha comunicato di aver chiuso tre stazioni di pompaggio del petrolio lungo l’oleodotto Trans Ramos, una delle infinite condutture per il trasporto del greggio che puntellano il cuore petrolifero della Nigeria, nella regione del Delta del Niger. Appena due giorni prima, il Movimento di emancipazione del Delta del Niger [Mend] aveva annunciato la fine della tregua dichiarata il 25 ottobre 2009. Sembrava, allora, che il governo federale nigeriano fosse riuscito a convincere i principali gruppi armati del Delta a deporre le armi. Il Mend, organizzazione ombrello con diverse ramificazioni, aveva accettato di «osservare» il processo, senza tuttavia deporre le armi, come invece altri gruppi, meno politicizzati, avevano deciso di fare.
«Il 25 Ottobre scorso avevamo deciso una sospensione delle ostilità nella speranza che il governo aprisse a un dialogo sincero per portare giustizia agli abitanti del Delta del Niger e la pace in Nigeria, ma nulla è accaduto. Il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger non si arrenderà fino alla realizzazione del nostro sogno, l’emancipazione del Delta del Niger dalle grinfie del governo nigeriano e delle compagnie petrolifere», scrive nel suo comunicato il portavoce del Mend Jomo Gbomo. Che prosegue: «Tutte le società collegate all’industria del petrolio nel Delta del Niger devono prepararsi per una vera e propria offensiva contro i loro impianti e il loro personale. Nulla sarà risparmiato. In questa fase, si estenderanno gli attacchi alle società di servizi del petrolio che hanno vissuto un boom a causa dei problemi avuti dalle aziende che producono petrolio, riparando gli oleodotti distrutti negli attacchi.
Il Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger avverte tutte le compagnie petrolifere di fermare le operazioni, ogni installazione operativa sarà attaccata e rasa al suolo. Le compagnie petrolifere sono responsabili per la sicurezza e il benessere dei loro dipendenti e saranno colpevoli per qualsiasi danno subirà il loro personale in caso di un attacco. Ormai dovrebbero sapere che i militari della Joint Task Force (Jtf, unità speciale delle forze armate nigeriane che opera nel Delta, ndr) non possono proteggere i loro impianti o il personale in caso di un attacco».
La recrudescenza del conflitto nel Delta del Niger arriva in un momento particolarmente delicato per la Nigeria. Solo pochi giorni fa, a Jos, nel nord del paese, sono riesplose le violenze tra le comunità cristiane e quelle musulmane. I morti sono stati alcune centinaia e la Corte penale internazionale ha chiesto al governo di condurre un’inchiesta per accertare le responsabilità locali. Non è un conflitto religioso, nonostante la verniciatura da «scontro di civiltà», quanto piuttosto una sfaccettatura delle numerose linee di frattura che attraversano il paese più popoloso dell’Africa [120 milioni di abitanti] nonché ottavo esportatore di greggio al mondo.
Dal 23 novembre il presidente federale Umaru Yar’Adua, erede politico di Olusegun Obasanjo, è fuori dal paese. Si trova in Arabia Saudita per urgentissime cure mediche. Politicamente, è già morto. E il suo vice, Goodluck Jonathan, non ha il consenso necessario a garantire una transizione senza traumi. Nelle cancellerie di mezzo mondo [e sui mercati petroliferi] i campanelli d’allarme hanno già iniziato a suonare.



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