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NEVSKY EXPRESS, LE INDAGINI E LE DUE PISTE 30-11-2009

Al secondo giorno di indagini, il bilancio è di 26 morti e 12 dispersi. La pista neonazista sul web russo pare perdere terreno a favore dell’ipotesi dell’estremismo caucasico. Con un identikit, e un nome possibile. Ma nella Russia in crisi la strategia della tensione resta un’ipotesi. Per la giornalista Latynina, “E’ come un appartamento trasandato. Se è pieno di spazzatura, dal serbatoio escono fuori gli scarafaggi”.

Lucia Sgueglia

Lunedi' 30 Novembre 2009

MOSCA – Corpo tozzo, 40 anni, zigomi larghi, occhi a lama, capelli rossi, orecchie aderenti alla testa, labbra sottili e naso largo. È il volto del sospetto numero uno, per gli investigatori russi, nella tragedia del Nevsky Express deragliato venerdi sera. “Un attentato terroristico” senza dubbio, per le autorità. Giudizio affrettato, dicono alcuni esperti.
Al secondo giorno di indagini, il bilancio è di 26 morti e 12 dispersi. La pista neonazista sul web russo pare perdere terreno a favore dell’ipotesi dell’estremismo caucasico. L’uomo dell’identikit sarebbe stato visto aggirarsi sul luogo della sciagura poco prima. Quel volto, per molte fonti (non confermate ufficialmente), somiglia a un nome: Pavel Kosolapov, già ricercato per l’esplosione al Nevsky del 2007. Alla macchia da 5 anni, noto ai servizi segreti: ex militare di Volgograd convertito all’islam, poi passato alla causa indipendentista al fianco di Shamil Basayev, leader dei ribelli ceceni oltranzisti ucciso dai federali nel 2006. Kosolapov, addestrato da “arabi” e impratichito in Cecenia, per i servizi sarebbe stato inviato da Basayev a compiere attentati in Russia, grazie al suo aspetto slavo. Opera sua sarebbero le bombe al metro di Mosca del febbraio 2004 (42 vittime), quelle alle fermate dei bus a Samara e Voronezh, forse Dubrovka e Beslan. Nel marzo 2005 a Lyubertsy, in un’appartamento affittato a suo nome, fu trovato un arsenale, lanciagranate incluse, e orologi Casio, che sempre userebbe per sincronizzare i propri ordigni esplosivi. Strano però, nota qualche commentatore, “che il capo di un gruppo di sabotatori affitti una stanza col suo passaporto, lasciando briciole come Hansel e Gretel…”.
Insomma, nella Russia in crisi la strategia della tensione resta un’ipotesi. Ad avvalorarla è Yulia Latynina, giornalista molto critica della “pacificazione putiniana” nel Caucaso. Negli ultimi mesi incrinata da nuovi attentati, violenze e vittime, da Grozny a Nazran a Makhachkala. “Il brutto – dice la reporter su Radio Eco invitando a non sottovalutare la matrice neonazista, che quest’anno ha firmato i delitti di Markelov-Baburina e di militanti antifascisti - è la sensazione che sia solo l’inizio”. Wahabiti o fascisti, aggiunge, “le due piste hanno in comune l’assoluta impunità e disintegrazione dello Stato”. E ricorda che il principale indiziato delle bombe del 1999 a Mosca (300 morti), Achemez Gochiyayev, più volte fermato dalla polizia, resta a piede libero: “E’ come un appartamento trasandato. Se è pieno di spazzatura, dal serbatoio escono fuori gli scarafaggi”. Intanto qualcuno tace: Vladimir Putin. Nessun commento da 3 giorni.

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