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Colloquio con Abdullah: Ostiense, dove stanno per sgomberare centinaia di persone che dormono in baracche di fango al centro di un cantiere. Della guerra nel suo paese, dove non vuole tornare, gli interessa solo che finisca

Marzia Coronati*

Martedi' 27 Ottobre 2009

Porta una cravatta rossa sopra un vestito marrone. Un po’ abbondante ma elegantissimo. Dunai spicca tra il gruppo in felpa e blue jeans seduto su un marciapiede di piazza dei Partigiani, e ha gli occhi che ridono. Oggi è un giorno di festa. Finalmente, dopo mesi, ha ottenuto un posto letto nel centro di accoglienza a Tiburtina. Ha finito di lavarsi i vestiti alle fontanelle, di dormire in letti di fortuna tra pozze di fango, di scaldarsi le mani al fuoco nelle notti di inverno. Dunai si sente fortunato, più fortunato dei suoi compagni, di nazionalità afgana come lui, che un dormitorio non l’hanno ancora trovato, e che continuano ad abitare la stazione Ostiense e i suoi dintorni, come Abdullah.

Abdullah al centro di accoglienza ci è stato per un anno e tre mesi. I tre mesi sono stati un premio, per avere frequentato una scuola di italiano con ottimi risultati e per avere anche partecipato a un corso per fare il saldatore. E’arrivato in Italia nel 2006, dopo un viaggio durato più di un anno. Il percorso a ostacoli che accomuna quasi tutti gli afghani giunti da noi. Da Kabul a Teheran, e poi la Turchia, la Grecia e l’Adriatico aggrappato sotto un tir. Ad Ancona gli hanno registrato le impronte, a Crotone gli è stato rilasciato il permesso di soggiorno: in protezione sussidiaria fino al 2011. Abdullah stringe tra le mani un libro di aritmetica e una cartellina blu. Dentro la cartella dei fogli ordinati. Le fotocopie dei documenti, l’attestato di frequenza al corso per saldatori e a quello di italiano e dieci copie del suo curriculum “modello Europass”, un riassunto della sua vita in un elenco formale: saldatore in Iran, magazziniere in Afghanistan, aiuto-cuoco a Roma, conoscenza del pashtu, il persiano, il pakistano, l’inglese, l’italiano. Abdullah ha un curriculum da fare invidia ai suoi coetanei. Ventisei anni intensi. Non compare però tra l’elenco delle esperienze quella più importante, quella che l’ha marchiato a fuoco, quell’episodio per cui oggi i suoi occhi neri sembrano quelli di un cinquantenne. Ce lo racconta guardando per terra, a bassa voce, quasi in silenzio. “Ero tornato dall’Iran, dove avevo lavorato per quattro anni come saldatore. Era il 2005. Sono uscito di casa per accompagnare il mio fratellino a scuola, ho salutato i miei genitori e chiuso la porta. Quando sono tornato, i miei erano per terra, morti. Gli hanno sparato a tutti e due. Sono tornato da mio fratello, l’ho preso per mano e siamo partiti. Il giorno stesso”.

Non vuole più sapere niente dell’Afghanistan Abdullah. Non gliene frega se ci vanno gli americani, o i francesi o gli italiani. Non ne vuole neanche sentire parlare. Lui, se anche la guerra finisse, in quel posto non ci metterà mai più piede. Vuole solo ritrovare il fratello, un bambino di dieci anni che si trova a Teheran ormai da troppo tempo. “L’ho lasciato a un amico. Non poteva fare il viaggio con me. Era troppo pericoloso”.

Abdullah non si è unito agli altri suoi connazionali che dormono in baracche costruite al centro di un enorme cantiere di fango, schiacciato tra la stazione Ostiense e la Cristoforo Colombo. Lui dorme al binario 15. “E’ il mio domicilio. Lo dico sempre quando me lo chiedono. Binario 15, Ostiense, 00154, Roma”. Lì si sente un poco più sicuro, anche se un giorno sì e un giorno no la polizia viene a chiedergli qualcosa. “Ma poi non mi fanno niente. Vogliono sapere solo perché dormo per strada. Io alzo le spalle. Gli dico che non lo so neanche io. Che neanche io capisco perché mi è toccato tutto questo, non capisco perché dio ce l’ha con me. Tutte le mattine mi alzo alle cinque e mezzo per cercare lavoro. Circa venti posti al giorno. Ma niente, nessuno se ne fa niente di un afgano”.

Forse il binario è meglio delle baracche nel cantiere, che già tremano in attesa delle ruspe, previste tra dieci giorni. Dopo essere stati cacciati dall’Air Terminal - il complesso semi-abbandonato alle spalle della stazione - ora tocca anche all’insediamento nella vallata di fango, dove oggi dormono circa cento persone. Le forze dell’ordine hanno detto di iniziare a sgomberare, mentre il presidente del municipio, Andrea Catarci, è andato più volte a rassicurarli. “Cercheremo di fare tutto il possibile. Stiamo chiedendo al comune di poter dare in gestione l’Air Terminal a un gruppo di associazioni di volontariato che lavoreranno anche per voi”. “Avrete tutti un posto in un centro di accoglienza, perché, come rifugiati politici o richiedenti asilo, è un vostro diritto”, gli ha detto il 26 ottobre la consigliera della Regione Lazio Anna Pizzo.

La faccia di Abdullah non cambia. La sua rassegnazione è mille volte più forte delle parole dei politici. Si alza e si congeda educatamente. Il binario 15 lo aspetta, alle 23 chiudono le porte.

* redattrice di Amisnet



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