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Il premier russo in visita a Pechino, mentre Hillary Clinton vola a Mosca per parlare di disarmo nucleare con Medvedev. Il nodo delle future relazioni Russia-Cina è nella regione di confine: ieri la stampa russa ne ha rivelato il segreto, un documento firmato il 23 settembre a New York da Medvedev e Hu Jintao, che in pratica apre a Pechino le porte dell’estremo oriente russo, depresso e spopolato ma ricco di materie prime. I cinesi potranno sfruttarne i giacimenti congiuntamente ai russi fino al 2018. Dallo spauracchio del “pericolo giallo” agitato per anni, Mosca passa così al pragmatismo, complice la crisi: “non abbiamo altra scelta” chiosano gli esperti.

Lucia Sgueglia

Martedi' 13 Ottobre 2009
MOSCA – Hillary Clinton vola a Mosca, tre giorni per parlare di disarmo e dare concretezza alla distensione seguita alla rinuncia di Obama allo scudo in Polonia e Repubblica Ceca. Così il presidente Usa, ironizzano i russi, potrà davvero meritare il Nobel. Il nodo sta infatti nella promessa di riduzione degli armamenti nucleari: “Solo con l’aiuto del Cremlino la scelta del premio può essere meno contestabile”, scrive il quotidiano Vedomosti, “La posizione della Russia è determinante per intendersi su disarmo e Iran”. In cima all’agenda il rinnovo del trattato Start 1 sulla riduzione degli armamenti: scade il 5 dicembre prossimo. A luglio a Mosca Obama e Medvedev siglarono un'intesa per ridurre i rispettivi arsenali a 1500-1675 testate e a 500-1000 vettori. Ma l’arrivo di Clinton coincide con nuove inquietudini sul fronte nordcoreano: ieri due test di missili a corto raggio da Pyong Yang, “Inopportuni” per Mosca, «ora che il gruppo dei sei sta facendo sforzi per riprendere i negoziati». Il segretario di Stato Usa vedrà Medvedev e il collega Lavrov. Uno scoglio al dialogo è già in vista: secondo il vicesegretario americano alla Difesa Vershbow Washington avrebbe considerato di “spostare” il sistema antimissile in Ucraina. Preoccupata Mosca, nonostante le smentite del Pentagono.
E se Medvedev punta a un risultato d’immagine col disgelo, il premier Putin vola in Cina in cerca di aiuto contro la crisi. Per spingere l’acceleratore su accordi bloccati da tempo con Pechino per dissidi su prezzi, condizioni di pagamento, il desiderio cinese di quote paritarie nelle risorse russe. Il matrimonio oggi conviene a entrambi: le compagnie energetiche russe sono a corto di liquidi, i cinesi affamati di combustibile per un’economia che continua a crescere in barba al declino mondiale. Il pil cinese segna più 7,9%, quello russo meno 10,9%. In ballo contratti per 5,5 miliardi di dollari, in cima l’energia: si spera nella firma tra il colosso petrolifero cinese Cnpc e la russa Rosneft per costruire insieme una raffineria a Tianjin, Cina settentrionale; e la fornitura di gas al gigante asiatico da parte di Gazprom. Ma il bottino più atteso sta nei tubi dell’oleodotto che Mosca vuol tendere dalla Siberia oltre il confine cinese: 1,5 milioni di tonnellate di petrolio l’anno dal 2011. E il nodo delle future relazioni Russia-Cina è proprio nella lunga regione di confine tra i due paesi (4300 km): ieri la stampa russa ne ha rivelato il segreto, un documento firmato il 23 settembre a New York da Medvedev e Hu Jintao, che in pratica apre a Pechino le porte dell’estremo oriente russo, depresso e spopolato ma ricco di materie prime. I cinesi potranno sfruttarne i giacimenti congiuntamente ai russi fino al 2018. Dallo spauracchio del “pericolo giallo” agitato per anni, Mosca passa così al pragmatismo: “non abbiamo altra scelta” chiosano gli esperti.

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