Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


PALESTINA, AFFARI DI FAMIGLIA O AFFARI DEL MONDO? 22/9/11

SE GLI ARCHIVI PARLANO 19/9/11

SE GLI ARCHIVI PARLANO 19/9/11

TERRA E LIBERTA' 15/9/11

I FRUTTI DELLE RIVOLUZIONI: STRETTA DI MANO HAMAS-FATAH AL CAIRO 28-4-11

PALESTINE PAPERS. STORIA DI UNA CAPITOLAZIONE 24/1/11

"MA CHE CI STA SUCCEDENDO?". ISRAELE VISTA DAGLI ISRAELIANI 17/1/11

HUMOUR ALLA GEROSOLIMITANA 11/1/11

BIDEN E RAMAT SHLOMO 10/3/10

OXFAM, GAZA WEEKLY UPDATE 14/01/10

JERUSALEM BLUE 21/11/09

OBAMA, IL NOBEL E GLI ARABI 9/10/09

IL PRIMA E IL DOPO GAZA NELLE CONSTITUENCY DI HAMAS 6/10/09

GERUSALEMME, SEGNALI PERICOLOSI

LA ECO-SCUOLA DEGLI JAHALIN 31/08/09

OBAMA, IL NOBEL E GLI ARABI 9/10/09

Perché la più alta onorificenza per la pace, data al presidente USA, ha un senso in Medio Oriente

Paola Caridi

Venerdi' 9 Ottobre 2009
E’ un mondo che si sento solo e senza guida, quello che ha dato il premio Nobel per la pace a Barack Obama. O forse è un’Europa che si sente sola, senza guida, e senza più la schiena solida per reggere un po’ di diplomazia internazionale, quella che ha riconosciuto a Obama la capacità di riempire un vuoto. Vuoto di leadership. Vuoto di idee. Vuoto di valori. Vuoto di uomini e donne al potere che abbiano la capacità di andare un po’ oltre la lista della spesa quotidiana.

Che Obama non abbia ancora fatto paci è un dato di fatto. Che la sua presidenza abbia portato molte più truppe in Afghanistan, e che stia occhieggiando anche il Pakistan, è fuor di dubbio. Ma qualcosa Obama ha già fatto, anche se questo non è andato a finire sulle prime pagine dei giornali. Prima che arrivasse Obama, l’idea di una nuova guerra in Medio Oriente, quella contro l’Iran (e non solo l’Iran di Ahmadinejad, ma contro l’Iran), si era già fatta largo. Aveva guadagnato consensi, era ritenuta come l’unica alternativa alle minacce di un leader che, colpendo durissimamente la politica israeliana, trovava terreno fecondo nelle opinioni pubbliche arabe, mediorientali, musulmane preoccupate del destino dei palestinesi. La guerra all’Iran – questo era il leitmotiv, il canto della sirena a cui molti si stavano abituando – è non solo giusta, ma anche necessaria e ineludibile. Se c’è una cosa che Obama ha già fatto – almeno sinora, chissà domani – è stato disinnescare questa guerra. Renderla, se non tolta definitivamente dall’agenda, almeno rinviata. E non è poco.

Certo, c’è tutto il resto che non è stato ancora fatto. Compresa una immediata soluzione al conflitto israelo-palestinese. Chi sta sul campo, però, sa già che un cambiamento c’è stato: di vocabolario, di linguaggio, di pressioni, di personale politico, di politica dietro le quinte. L’America, l’Amreeka, come dicono gli arabi, è già diversa da prima: il polo si è spostato da negativo a positivo, gli americani non sono più i cattivi-cattivi, Bush è stato messo nel cassetto con gioia, e su Obama si sono concentrate le speranze di chi, e sono tanti, chiede democrazia dentro i propri paesi governati, spesso, proprio dagli alleati di Washington.

L’Obama del discorso del Cairo è l’Obama che ha aperto la breccia, scombinato le carte in tavola, aperto la porta alla speranza. Tutti lo sanno, anche se dicono – ora, qui da Gerusalemme, ma anche dal Cairo e da Beirut – che persino Obama è troppo debole perché il mondo veramente cambi. Che persino Obama potrebbe non farcela contro le pressioni che riceve da tutte le parti, comprese quelle dentro casa sua. Sulla riforma sanitaria, in primis. Il fatto che Obama sia ora considerato debole, da chi ripone in lui tante speranze, non fa però altro che far aumentare i suoi estimatori. Tra chi, nel mondo arabo, si ritiene nel giusto ma senza forza. Perché non essere solidale con chi è, paradossalmente, nella stessa posizione?

Barack Obama è il mito, certo. In una regione – quanta somiglianza con l’Italia… - in cui c’è una carenza desolante di leadership, di leader, di uomini che sappiano usare la politica. La gente continua ad andare avanti, e nell’andare avanti ad accumulare sentimenti, indignazione, rabbia. Accumula richieste a cui bisogna dare una risposta. E si trova davanti, con tristezza, un palco vuoto di politici e leader. È per questo che il mito di Obama non finisce, anche se i lunghi mesi lo hanno messo a dura prova. Non finisce perché attorno a lui non c’è altro.


Leggi anche gli aggiornamenti sul blog di Paola Caridi, invisiblearabs



Powered by Amisnet.org