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La cremlinologia, si sa, è la più erratica e cabalistica delle scienze, fin dai tempi dell’Urss. Ma oggi che sul tandem che guida Mosca s’è abbattuta la crisi economica, esperti e media locali e internazionali tornano a scatenarsi in speculazioni sulla “guerra sotterranea” tra il premier Putin e il presidente Medvedev. Il primo messo in difficoltà da un piano anticrisi che continua a segnare sconfitte, il secondo impegnato in un refresh d’immagine a tutto campo. Una guerra tra i due leader russi pare lontana, ma nelle élite politiche la frattura è già realtà. A colpi di ghost writer, think tank, libelli, interviste.

Lucia Sgueglia

Sabato 3 Ottobre 2009
Lucia Sgueglia
MOSCA – Una nuova penna per i discorsi ufficiali, un think tank tutto suo, un piano per la Russia del futuro che getta alle ortiche, forse, il dogma della “democrazia sovrana” caro a Putin. La cremlinologia, si sa, è la più erratica e cabalistica delle scienze fin dai tempi dell’Urss. Ma ora che sul tandem che guida Mosca s’è abbattuta la crisi economica, esperti e media locali e internazionali tornano a scatenarsi in speculazioni sulla “guerra sotterranea” tra il premier Putin e il presidente Medvedev. Il primo messo in difficoltà da un piano anticrisi che continua a segnare sconfitte, il secondo impegnato in un refresh d’immagine a tutto campo. Si parte dalla ghost writer. Per un quotidiano russo, il giovane zar starebbe per silurare Dzhakan Pollyeva: c’è lei dietro la retorica assertiva di Putin, ma anche di Yeltsin. Al G20 di Pittsburgh Medvedev s’è rifiutato di leggere i suoi fogli. Sempre più desideroso di differenziarsi dal predecessore, anche nello stile. La lista dei “segnali” è lunga. Prima l’intervista al giornale d’opposizione Novaya Gazeta; poi la condanna indignata dell’omicidio Estemirova, in contrasto col Putin che a Politkovskaja non concesse nemmeno l’onore della notorietà. A settembre le polemiche dopo le dichiarazioni di Medvedev sulle elezioni presidenziali 2012: "potrei ricandidarmi", ribattuto dal “ci metteremo d’accordo” del suo mentore, lasciando intendere che per ora nessuno dei due intende ritirarsi dalla corsa. E ancora Medvedev replica col saggio Russia, Avanti! sul sito Gazeta.ru, che affonda il coltello senza sconti nei mali del paese, quelli cresciuti nell'era Putin: “Economia inefficace, sfera sociale semi-sovietica, democrazia debole, instabilità nel Caucaso”.
Ma soprattutto, un team di uomini nuovi per propagare le sue idee liberali. Convinti che sia ora di dire basta all'immobilismo putiniano. E pronti a criticarlo apertamente, ottenendo spazio anche sui media russi, un fatto nuovo di per sé. Si chiama “La Russia del 21esimo secolo: shaping tomorrow”, il rapporto di prossima pubblicazione all’Istituto per lo Sviluppo Contemporaneo (Insor) di Mosca, un think tank creato nel 2008, presidente onorario è lo stesso Medvedev. Nessuna conferma ufficiale, ma tutti giurano che lo scopo è archiviare l’era Putin. Direttore è Igor Yurgens, consigliere economico personale di Medvdev, da febbraio le sue interviste ad autorevoli media stranieri sollevano polveroni in patria: “Putin doveva costruire la verticale di potere, ma abbiamo perso la libertà di stampa” “Rafforzato lo stato, è tempo di ricostruire la democrazia”; basta energo-dipendenza, e quegli 1,4 milioni di burocrati (nell’Urss erano 300mila). Di recente ha avvertito: Putin rischia di diventare un “secondo Brezhnev”, simbolo della stagnazione. Tra gli autori del paper Nikita Maslennikov, docente alla Higher School of Economics di Pietroburgo, fondata nel ’92 dal riformista-shock Egor Gaidar. Nel board, oltre ad Arkady Dvorkovich giovane braccio destro di Medvedev, anche Evgeny Gontmakher: prevedette il crollo delle “monocittà” russe (verificatosi), i putiniani gli diedero dell'"estremista". Per lui alla Russia serve “un nuovo Gorbaciov”. E tra gli “amici” di Insor c’è anche lui, Gorb, l'ex presidente sovietico. Insieme a esperti come Sergey Pashin, ex giudice del tribunale di Mosca che negli anni '90 chiedeva e lottava per una riforma radicale del sistema giudiziario russo, fu silurato da Putin nel 2001; i politologi del Carnegie Center, certo non teneri col potere, e membri dell’Helsinki Group per i diritti umani, "nemici del popolo" per il circolo dell'ex zar. “Il potere non ha bisogno di yesmen, ma di discussione aperta, e sviluppare una forte società civile” si legge nello statement firmato Medvedev sulla homepage di Insor.
Solo parole? Molti osservatori restano scettici: un abile gioco delle parti che crea l’illusione del pluralismo e invece rafforza il tandem. Lo stesso Insor nel rapporto, secondo indiscrezioni stampa, definirebbe “Città del Sole” il team Putin-Medvedev, interdipendente e indissolubile. O è una mossa astuta per cooptare i critici nel potere? Ma se una guerra tra i due leader russi pare lontana, nelle élite politiche la frattura tra due squadre, falchi e colombe, è già realtà. Igor Sechin, vicepremier fedelisssimo di Putin, "ministro ombra dell'energia" e capo dei "falchi", ha accusato Yurgens e i suoi, non senza ironia dismissoria, di preparare un "mini colpo di stato". E mentre il premier russo in difficoltà apre alle privatizzazioni copiando il suo ex pupillo, le colombe medvedeviane se la devono vedere con un avversario temibile: Vladislav Surkov, mente ufficiosa della propaganda putiniano, vera eminenza grigia custode dell’ortodossia ideologica ufficiale. Che poco fa ha risposto per le rime a quelli di Insor: “Il sistema funziona”. Discorso chiuso?

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