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LA ECO-SCUOLA DEGLI JAHALIN 31/08/09

LA ECO-SCUOLA DEGLI JAHALIN 31/08/09

Quattro aule, una saletta professori, e tutto fatto di copertoni e argilla. Per i bambini beduini della tribù Jahalin, a pochi chilometri da Gerusalemme

Paola Caridi

Lunedi' 31 Agosto 2009
Iman, la più piccola tra i figli di Abu Khamis, non ci sta. Non ci sta a essere esclusa dal gruppo di bambini che alla fine di agosto potrà andare a scuola. Ma ha solo quattro anni, e l’asilo – nella scuola dei copertoni – non c’è. Iman ha cercato di portare dalla sua parte la sorella di due anni più grande, Nisrine. “A scuola non ci vai, se non ci posso andare anch’io”, le ha detto. Ma Nisrine il patto non lo vuole accettare. E le due sorelline hanno litigato.
Nell’accampamento beduino di Khan al Akhmar – a pochi chilometri dalla Locanda del Buon Samaritano, lungo la strada che da Gerusalemme porta a Gerico - non si parla d’altro. Della scuola che aprirà. Finalmente. Insh’allah. Se Dio vuole. E se le autorità militari israeliane non decidono di dar seguito all’ordine di demolizione che, come un fulmine nel cielo sereno di fine luglio, è piombato sui sogni di Iman, di Nisrine e degli altri novanta bambini beduini della tribù Jahalin.
Ci avevano messo un po’ a credere in quel sogno. Sono bambini abituati a non crederci, ai miraggi. Vivono su di un pezzetto di deserto lungo la superstrada che congiunge Gerusalemme al Mar Morto. Sessanta famiglie numerose in baracche del tutto simili a una bidonville. Corrente fornita dai generatori, una tv in una sala comune, l’acqua che passa attraverso un tubo nero flessibile lungo tutto l’accampamento. E i bambini che giocano con le pietre. A scuola non ci vanno da un anno: troppo pericoloso mandare i bambini lungo la superstrada. Tre di loro sono morti, travolti dalle macchine. Cinque sono rimasti invalidi. I colpi di sole, poi, erano all’ordine del giorno, nelle quattro ore di viaggio, a piedi, per andare a scuola.
Vorrebbero vivere in altro modo, in case dignitose, ma ai beduini non è concesso costruire. Soprattutto in zona C, territorio palestinese sotto controllo israeliano, com’è quella in cui si trova l’accampamento di Khan al Akhmar. Solo le baracche sono concesse, fatte di materiale di risulta, di pezzi di legno, di lamiera, di plastica. Ma forse una casa, anzi, una scuola fatta dipneumatici, quella potrebbe aggirare il divieto imposto agli Jahalin. Quando gli architetti di Vento di terra (www.ventoditerra.org), una ong italiana nata da appena tre anni, hanno proposto al consiglio dei vecchi Jahalin di costruire loro una scuola fatta di copertoni, i beduini li hanno presi per pazzi. E hanno chiesto il conforto, loro musulmani, delle suore comboniane che vivono a pochi chilometri di distanza, a Betanya. Sarà una cosa buona? Ma sì, e poi Vento di Terra aveva già fatto tre orti agli Jahalin, tre orti che sono cresciuti, nonostante il deserto. Il progetto è partito, elaborato in brevissimo tempo da un gruppo di ingegneri e architetti sostenuti dall’università di Pavia. Quattro semplici aule. Dalla prima alla quarta elementare. Strutture “temporanee ma stabili”, senza fondamenta, fatte di pneumatici trovati nelle discariche, riempiti di argilla, e di argilla ricoperti.
“Hanno deciso loro, i vecchi Jahalin, dove collocare la scuola, come farla. Noi abbiamo solo insegnato loro la tecnica, sperimentata da tempo in New Mexico”, dice Valerio Marazzi, uno degli architetti che ha progettato la scuola. Nell’accampamento, nessuno lo conosce col suo nome anagrafico. I beduini lo hanno ribattezzato Aghla. Aghla Jahalin, il “capo” Jahalin. Prima erano stati i bambini, sempre attorno a lui mentre spiegava agli operai come impilare i copertoni, e riempirli di argilla, oppure mentre a ginocchioni mostrava come levigare il pavimento. Aghla, sei come uno dei capi del villaggio. Ma poi la scuola è cresciuta, sono arrivate le travi di legno, è stato messo il tetto. E lì sotto, nella scuola di copertoni, fa veramente fresco, quando ci sono oltre quaranta gradi appena oltre la soglia. Aghla Jahalin, allora, è diventato il nuovo nome di Valerio, in segno di rispetto per quello che ha fatto per loro.
A trent’anni, Aghla-Valerio si è visto cambiare la vita. I bambini gli vogliono bene, gli tirano i baffi che, in due mesi di lavoro, gli si sono allungati e arricciati in su. Lui ha imparato a camminare scalzo, per l’accampamento, perché il caldo è troppo forte. E per questa vita ha rinunciato così, senza troppo pensarci, a lavori ben più redditizi. Lui che nella sua Milano non fa solo bioarchitettura, ma ristruttura negozi in centro. “Qui è chiaro cos’è giusto e cos’è ingiusto”, dice Valerio, che non ha bisogno di spiegare perché gli Jahalin gli hanno cambiato la vita. È così, è evidente. E basta.
L’ordine di demolizione è arrivato, però. Il tempo è poco, servono subito i soldi per le porte e le finestre che vanno montate prima di fine agosto. L’avvocato, nel frattempo, presenterà il ricorso, sperando di allungare i tempi, di fare iniziare la scuola, di far arrivare i quattro maestri promessi dall’Autorità Nazionale Palestinese. Perché rinunciare a un sogno che, alla fine, costerà neanche cinquantamila euro, è durissimo. Ma i problemi, per gli Jahalin, non si limitano neanche alla zona C, ai divieti, agli ordini di demolizione. Ci sono le colonie che incombono, quelle legate a Maaleh Adumim, la più grande, forte di oltre 33mila abitanti, e gli insediamenti-satellite che rischiano di travolgere ancora una volta la vita degli Jahalin. Come già successe oltre dieci anni fa, quando i beduini – scacciati dall’area di Beersheva dopo il 1948 - furono espulsi anche da quella terra dove doveva nascere Maaleh Adumim.
L’insediamento più vicino è a pochi chilometri. Le villette ordinate, gli alberi di Kfar Adumim si vedono bene, dalle baracche di Khan al Akhmar. Il braccio di ferro tra Washington e Tel Aviv coinvolge anche un accampamento beduino poverissimo. Che ha avuto la ventura di essere nella zona più delicata: le propaggini di Gerusalemme est, Maaleh Adumim, quel pezzo di deserto che è fondamentale per non tagliare la direttrice che congiunge Betlemme a Ramallah.

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