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È giallo sulla liberazione del rimorchiatore italiano Buccaneer e del suo equipaggio, rilasciati domenica sera dopo quattro mesi nelle mani dei pirati somali. E' stato pagato un riscatto?

Irene Panozzo

Martedi' 11 Agosto 2009
È giallo sulla liberazione del rimorchiatore italiano Buccaneer e del suo equipaggio, rilasciati domenica sera dopo quattro mesi nelle mani dei pirati somali. Se in primissima battuta, nel dare l’annuncio della tanto attesa liberazione, la società proprietaria dell’imbarcazione, la Micoperi Marine Contractors di Ravenna, aveva subito chiarito che non c’erano stati né blitz né pagamenti di riscatto, nella giornata di ieri è arrivata la versione dei pirati, del tutto diversa: alla Reuters il pirata Aden ha detto che il gruppo ha ricevuto “4 milioni di dollari di riscatto”. Un milione di dollari in più ha passato di mano, invece, secondo il keniano Andrew Mwangura, il coordinatore dell’East African Seafarers’ Assistance, gruppo marittimo dell’Africa orientale, che sempre alla stessa agenzia di stampa ha detto che i pirati “stavano contando i soldi la sera scorsa”.
Immediate le smentite italiane. Da parte del ministro degli esteri Franco Frattini, che ha detto che “nessun riscatto è stato pagato, la pressione sui pirati è stata sufficiente a farli arrendere”, ma anche da parte di Margherita Boniver, inviato speciale della Farnesina per le emergenze umanitarie, che ai primi di maggio aveva incontrato le autorità somale proprio in vista di una soluzione del caso del Buccaneer. Quale che sia la verità, ieri è stato il giorno della felicità dopo quattro lunghi mesi di paura e tensione per le famiglie dei membri dell’equipaggio, tra cui dieci italiani. Che potrebbero rientrare a casa già nei prossimi giorni, attesi con giubilo nelle loro città. E dai racconti dei familiari e dell’armatore del mercantile, Silvio Bartolotti, emergono altri dettagli del sequestro. Nelle rare telefonate ai familiari, i marinai della Buccaneer hanno più volte chiesto “di fare presto”, mentre le trattative erano complicate anche “dalla situazione politica e sociale di un’intera regione, in cui non è chiaro nemmeno chi dipenda da chi e chi governi su chi”.
Stando a quanto riferito dal ministro Frattini, la pressione del governo somalo del presidente Sheikh Sharif Sheikh Ahmed è stata “forte”, come importante è stata la collaborazione tra le autorità di Mogadiscio e quelle del Puntland. E questo nonostante negli ultimi mesi le condizioni di sicurezza nella Somalia meridionale siano di nuovo peggiorate drasticamente, anche in conseguenza del riallineamento nei ranghi delle milizie filogovernative e dell’opposizione islamista seguita all’elezione di Sheikh Ahmed. Solo durante lo scorso fine settimana, a Haradheere, considerata la roccaforte dei pirati, 17 persone sono morte e altre 30 sono rimaste ferite in combattimenti tra diverse milizie claniche, mentre a Mogadiscio ci sono stati 12 morti in scontri scatenati dagli insorti in risposta (pare) all’incontro in Kenya tra il presidente somalo e il segretario di Stato americano Hillary Clinton.
La costante (e negli ultimi mesi crescente) instabilità e insicurezza somala non aiutano a combattere la pirateria nel golfo di Aden. Che rimane quindi un nervo scoperto per gli interessi commerciali e strategici di molti paesi, che non a caso nei mesi scorsi hanno risposto ai continui sequestri di navi straniere con la messa in campo di diverse missioni militari: dalle task force 150 e 151 guidate dagli Stati Uniti alla missione “Atlanta” dell’Unione Europea, a cui partecipa anche la fregata Maestrale della Marina militare italiana, alle unità navali inviate autonomamente dai singoli paesi, Cina compresa. Se anche la vicenda del Buccaneer si è risolta positivamente (con o senza riscatto), potrebbero essere almeno altre dieci le imbarcazioni ancora sotto sequestro. Gran parte degli attacchi sono stati condotti nella prima metà del 2009: su 148 tentativi di sequestro (erano stati 25 nello stesso periodo del 2008), almeno 31 hanno avuto successo. Secondo quanto detto ieri da Mario Raffaelli, ex rappresentante del governo italiano per la Somalia, ai microfoni di Radio3 le vie da seguire dovrebbero essere due: migliorare le capacità delle istituzioni somale di far fronte al problema e lavorare per eliminare le cause – economiche, sociali, politiche – che producono la pirateria. Porre termine al fenomeno appare quindi quantomeno difficile.

L'articolo è oggi anche su il manifesto



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