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LA TERRA DI MASSUD DOVE KARZAI PUO' PERDERE 11/8/09
Reportage dal Nord dell'Afghanistan
Testo e foto di
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Giuliano Battiston
Martedi' 11 Agosto 2009
Faizabad - Se il 20 agosto si votasse soltanto nel Badakhshan, la provincia nord-orientale dell'Afghanistan che confina con il Tajikistan, la vittoria di Ahmid Karzai non sarebbe così scontata. E il presidente afgano potrebbe veder svanire il sogno di riconfermarsi alla guida del turbolento paese dell'Asia centrale.
In questo piccolo lembo di terra, porta d'ingresso per lo spettacolare corridoio del Wakhan, le intenzioni di voto sembrano infatti puntare altrove. Verso il principale sfidante, Abdullah Abdullah, già ministro degli esteri dal 2001 al 2006, e, soprattutto, ascoltato consigliere del “leone del Panjshir”, Ahmad Shad Massud, per le questioni di politica estera. E proprio sulla vicinanza con Massud ha deciso di puntare Abdullah, privo di un progetto politico coerente e organico per il futuro dell'Afghanistan, ma abbastanza accorto da sapere che quel legame potrebbe garantirgli molti voti. Perlomeno in quest'area del paese, che continua a mostrare una forma di venerazione per il comandante Massud.
Così, Abdullah ha deciso di muovere la macchina della propaganda iconografica lungo questa direzione: viaggiando per le strade polverose del Badakhshan, nelle botteghe e sui parabrezza delle automobili il suo volto si trova spesso incorniciato nei manifesti elettorali accanto a quello del defunto Massud. E forse è proprio in ragione di questa unione che molti si dicono convinti che Karzai sia destinato a perdere le elezioni, o che dovrà perlomeno affrontare il ballottaggio. Sibghatullah, trentenne tajiko dal volto severo, è tra questi. Seduto nella chaikhana (sala da te) nel cuore di Baharak, piccolo centro a poche ore di viaggio da Faizabad, capoluogo del Badakhshan, guarda divertito gli spot elettorali che interrompono la seguitissima soap-opera indiana. E quando, introdotto da una pomposa musica di sottofondo e da fischi di plauso, compare Karzai che arringa la folla, scuote la testa. «Karzai? Ha le ore contate - sostiene convinto -. Le sue opzioni sono due, e non so quale sia preferibile per lui: o verrà sconfitto, oppure, se dovesse vincere le elezioni, verrà ucciso. In un modo o nell'altro, ce ne liberemo presto, e sarà un bene per l'Afghanistan», conclude Sibghatullah, che soffia sul palmo della mano in modo sprezzante per ribadire l'idea.
Le ragioni per cui l'eliminazione di Karzai dovrebbe essere positiva per il paese le spiega meglio Ahmed Makaruddin, che incontro nel tortuoso tragitto che da Baharak conduce verso Madan, sede della più antica miniera di lapislazzuli del mondo, per poi proseguire verso il passo Anjoman, prima di ridiscendere nella valle del Panjshir e raggiungere Kabul. Come unico bagaglio Makaruddin ha un nuovo videoregistratore, che mostra orgoglioso ai compagni di viaggio, e una serie di manifesti, che srotola quando ci fermiamo per la notte, sui quali fa bella mostra di sé Abdullah Abdullah.
Per Makaruddin il voto all'ex ministro degli esteri è scontato. Ed è un voto di protesta nei confronti di Karzai, più che di sostegno allo sfidante. «Karzai ha avuto tempo per governare - dice Makaruddin -. E oltre al tempo ha avuto a disposizione i migliori strumenti che potesse desiderare: l'aiuto della comunità internazionale e la volontà del popolo afgano di risollevarsi. Purtroppo ha sprecato tutto questo. Ora è giusto che tocchi a qualcun altro». Come lui la pensano in molti in Badakhshan, e ancora di più sono quelli che rimproverano al presidente uscente un atteggiamento troppo conciliante, oltre all'incapacità di assumere decisioni nette e di non aver saputo approfittare della fiducia concessagli dagli afgani in questi anni. Eppure non manca chi crede ancora in lui. Mohammed Ashraf per esempio. Che due anni fa è tornato in Afghanistan dopo un soggiorno di otto anni in Inghilterra, e che giudica come virtù ciò che per altri sono debolezze: «abbiamo bisogno di un uomo come Karzai. Di uno che sia capace di parlare a tutti, che sappia ascoltare le opinioni di ogni gruppo, mediando tra i diversi interessi. Un paese complesso come l'Afghanistan può essere tenuto insieme solo da un mediatore come Karzai», afferma convinto quest'uomo corpulento che insiste nel lodare i risultati ottenuti dal governo Karzai, e che poi, non a caso, scopro essere fratello di un parlamentare afgano, vicino al presidente. Non ha invece parenti “importanti” Mohammed Ashem Adalat, contadino di Jurm. Per lui, Karzai merita di essere rieletto perché gli ha permesso di seguire dei corsi di training agricolo, di cui conserva con cura i certificati. «Oggi con il mio lavoro riesco a mandare avanti la famiglia, cosa che prima non riuscivo a fare. E lo devo a Karzai, di certo non ad Abdullah, sostiene con foga. Per questo lo rivoterò. Di sicuro». Nonostante le previsioni della vigilia, che lo facciano anche gli altri afgani è una questione ancora tutta da vedere.
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