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“Una follia” pensarono tutti quel 9 agosto 1999, quando Boris Eltsin annunciò il nome del nuovo premier: lo sconosciuto e grigio funzionario del Kgb, dallo scarso carisma, un anno dopo viene scaraventato sul trono più alto di Russia. Dieci anni di “politica muscolare”, in cui rovescia uno per uno, almeno apparentemente, i valori dell’era Eltsin: dal liberalismo sfrenato al “capitalismo di stato”, dalle libertà civili a “democrazia controllata” e dissenso compresso. Lo stile Putin, benedetto dal boom energoeconomico.

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MOSCA – Nella Russia che commemora con enfasi un anno dalla guerra in Ossezia del Sud, c’è un’altra data da ricordare: 10 anni al potere di Vladimir Putin. “Una follia” pensarono tutti quel 9 agosto 1999, quando Boris Eltsin annunciò il nome del nuovo premier: lo sconosciuto e grigio funzionario del Kgb, dallo scarso carisma, un anno dopo viene scaraventato sul trono più alto di Russia. «Siamo militari e obbediremo» commenta. La Duma lo conferma con margine risicatissimo, consegnandogli un paese stremato economicamente e socialmente. La prima prova da leader con gli attentati di settembre a Mosca, poi la tragedia del Kursk: «Cosa è successo al sottomarino?» lo incalzarono i reporter, «E’ affondato» la risposta. Dieci anni di “politica muscolare”, in cui rovescia uno per uno, almeno apparentemente, i valori dell’era Eltsin: dal liberalismo sfrenato al “capitalismo di stato”, dalle libertà civili a “democrazia controllata” e dissenso compresso. Benedetto dal boom energoeconomico: per il quale i russi ancora oggi lo premiano, consensi al 63%, pur criticandolo su lotta a corruzione e criminalità. Rialzatasi dalle ceneri dell’Urss, la sua Russia torna a testa alta sullo scenario internazionale. Macchia nera, sempre il Caucaso: Cecenia, Dubrovka, Beslan, Tskhinvali.
Dieci anni fa, l’attuale premier fece poca fatica per rubare lo scettro a Corvo Bianco, vecchio e malato. Oggi, il giovane zar Dmitri deve sgomitare molto di più per emergere nella tandemocrazia. Ieri, non a caso, è volato da Mosca a Vladikavkaz a Tskhinvali, per rendere chiara la posizione russa a un anno dalla guerra georgiana, “muscolare” anche lui: «Sul riconoscimento dell’indipendenza di Sud Ossezia e Abkhazia non torneremo indietro» ha detto. Meglio insomma che la comunità internazionale cominci ad accettare la nuova situazione. Ringraziando Sarkozy per la mediazione nel conflitto, ammonisce la comunità internazionale: «Niente armi alla Georgia».

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