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L'OSSEZIA LONTANA DA MOSCA 30/9/08

C’è sempre la riconoscenza nel cuore degli osseti, per la Russia che unica al mondo (o quasi) ha voluto dire sì al loro desiderio d’indipendenza. Ma vista da Tskhinvali, dove ai defunti si brinda con l'alcool e gli dei sono tanti, Mosca è davvero un altro mondo (foto: D. Monteleone, Tskhinvali, agosto 2008)

Lucia Sgueglia

Mercoledi' 30 Settembre 2009
TSKHINVALI – La rinascita, nell’Ossezia che timidamente ricomincia a vivere a quattro mesi dalla “guerra dei cinque giorni” con Tiblisi, può passare anche per il lutto. Mentre intorno la “mamma” Mosca si occupa della ricostruzione materiale, e la diplomazia internazionale si affanna per trovare un compromesso forse impossibile, tra i palazzi affumicati del Viale degli Eroi a Tskhinvali, un uomo leva in alto il suo calice di vino casareccio. Brinda prima a Dio, poi a San Giorgio, infine al defunto. Davanti a lui, seduti a una lunga tavola in legno nel cortile tra i vecchi condomini sovietici trivellati dai tank georgiani, una quarantina tra vecchi, donne, ragazzi lo seguono tracannando ogni bicchiere d’un sorso. Come è d’obbligo. Madri e nonne in nero dalla testa ai piedi, gli uomini portan spillata sul petto una medaglia con la foto dello scomparso, e la barba incolta – possono tagliarla 40 giorni dopo la morte del proprio caro, ma preferiscono indugiare nel ricordo. Sulla mensa vino, birra, vodka e ogni ben di Dio: il tipico pollo con la frutta, focaccia ripiena, spezzatino di agnello e il gustoso zhonzhuli da spiluccare, una strana erba i cui fiori sanno di carne. Dalla groppa di un carroarmato, un giovane milite russo li osserva perplesso scuotendo la testa: “Bevono alcool in nome del padreterno… cose da pazzi”.
C’è sempre la riconoscenza nel cuore degli osseti, per la Russia che unica al mondo (o quasi) ha voluto dire sì al loro desiderio d’indipendenza. E ora si brinda alla pace, sperando che duri. C’è la tregua da un pezzo, ma a sud, di qua e di là da quella “frontiera” con la Georgia che solo Mosca riconosce, entrambe le parti continuano a lamentare piccole incursioni e attentati del “nemico”, che fan qualche vittima. “Questo è un banchetto funebre - sussurra Ljudmila Tadtaeva, 55 anni, una testa di boccoli biondi fresca di parrucchiere che spicca sul lutto integrale – oggi ricordiamo mio padre”. Iraki Grigorevich Tadtaev è morto il 17 agosto, a guerra finita, di crepacuore. Dal 7 all’11, durante l’attacco georgiano che non ha risparmiato le abitazioni civili, l’intera città – chi non è scappato a nord in Russia - s’è rifugiata nelle cantine sotto i palazzi, terrorizzata. Iraki ha voluto restare nella sua casa. La moglie Mira con lui, fino all’ultimo. Nell’appartamento dove è rimasta con Ljudmila, su un comò conserva foto e medaglie del marito: Iraki aveva combattuto con l’Armata Rossa nella seconda guerra mondiale, da Budapest all’Austria alla Cechia, era arrivato a Berlino il giorno della Vittoria. Ljudmila invece in cantina ci è scesa, quattro giorni che parevano non finire mai: “stavo rannicchiata insieme ad altri 30 vicini come un topolino nel buio, stretti come cetrioli in salamoia. Aspettavamo solo che passasse, non avevamo acqua né cibo né elettricità, solo un po’ di zucchero”. Qualcuno è morto proprio là, beccato da una granata. I georgiani? C’erano anche loro laggiù rannicchiati. In città le famiglie miste erano tante, diversamente dalle campagne: chi è rimasto è stato aiutato dai vicini, chi è scappato in Georgia è considerato “un traditore”, che ha voluto seguire “quel matto di Saakashvili”. Per loro non c’è pietà. In Ossezia i rapporti di vicinato sono un vincolo fortissimo, tutto si condivide tra giardini orti aie e terrazze in una società d’impronta ancora contadina. Vicini di casa sono tutti i convitati al banchetto: “Come dire, gente di famiglia” spiega Ljudmila.
In mezzo al cortile, ci vive Pavel Grigorevich Kabisov - che ha spostato il salotto in garage. La casa, come molti amici, l’ha persa nella guerra d’agosto, e ora spera che la ricostruzione faccia in fretta. “Senza i russi saremmo tutti morti. – dice Pavel - Ora rimetteranno in piedi la nostra bella città”. I soldi arrivati dal Cremlino sono molti, ma ci vorrà tempo: a Tskhinvali le macerie della guerra d’agosto si sommano a quelle del primo conflitto con Tiblisi, finito nel 1992. Sulla fedeltà a Mosca qui nessuno ha dubbi. Pendono per le vie bandiere tricolori della Federazione, accanto a quelle ossete – rosse, bianche e gialle -, mentre i passaporti donati dal Cremlino da 15 anni sono già stati rimpiazzati da quelli locali. “Ora tutto cambierà - è fiduciosa Alona, 23 anni, studentessa d’economia che lavora per il “governo”, mentre mostra il suo documento fresco di colla sulla via Lenin. Ma cosa potrà farne, in una terra che per il diritto internazionale resta nel limbo?
Questo piccolo popolo cocciuto e testardo, gli alti montanari osseti dal volto allungato e gli occhi cupi, sa però di avere alle spalle una storia forse più antica di quella russa, e la rivendica con orgoglio. Nel cimitero sulle colline fuori città, il vecchio Dmitri piange inginocchiato sul tumulo di sua moglie Roza: “Era nata nel 1936, vivevamo a via Stalin 96, la nostra casa è stata incendiata l’8 agosto da un razzo Grad, il giorno più terribile dell’attacco”. L’indipendenza? “Che me ne importa ormai, lei non c’è più…”. Poi versa una intera lattina di birra sulla tomba, dove sono adagiate dieci bottiglie d’acqua. Al defunto non deve mancare nulla. Le tradizioni in Ossezia sono cosa sacra. Anche la fede ortodossa ha un sapore diverso, e si mescola ad antichi rituali pagani. Alcuni vecchi di un millennio, come la festa nazionale di San Giorgio (Uasturji), il 23 novembre, o quella di San Hetag a luglio. Allora migliaia di ossetini, dal nord russo e dal sud, salgono tra monti e boschi sulle rive del fiume Ardon, al centro esatto dell’antica Alania che riuniva le due Ossezie; in una radura c’è un santuario artigianale (zduar), dentro sopra una mensa campeggia la testa di un caprone. Nastri di stoffa colorati vengono intrecciati ai rami degli alberi, all’aperto si prega Hutsauty Hutsau, il Dio di tutti gli dei nella lingua locale, che discende dall’iraniano. La vodka scorre a fiumi, gli anziani storcono il naso: si dovrebbe ingerire solo birra fatta in casa. Quassù si viene anche a sposarsi. Negli anni 80 le autorità sovietiche cercarono di bandire la ricorrenza. Poi provarono a trasformarla in festa secolare. Ma dopo il crollo dell’Urss il sincretismo ha prevalso.
Le chiese esistono, ma molti continuano a preferire la benedizione del sole. Più ortodossi i georgiani. Tra i picchi mozzafiato del distretto di Tsarsky, la guerra ha risparmiato uno dei loro monasteri, il più bello della regione. Tre secoli di pietra nuda intarsiata fattasi nero pece, e all’interno la mistica della luce naturale tra broccati porpora. Uno sguardo al cimitero adiacente spiega più di mille trattati sul conflitto: tra le tombe d’epoca sovietica, quelle degli osseti recano il nome del defunto in caratteri cirillici, le georgiane son incise coi ricci enigmatici dell’alfabeto di Tiblisi. Ad agosto la vendetta delle milizie ossete, per ritorsione, ha dato alle fiamme i villaggi georgiani: tutte le case carbonizzate, persino i filari di vite e le zucche degli orti. Ora la comunità internazionale vorrebbe che i profughi tornassero. Nel bel mezzo delle macerie del vecchio centro storico a Tskhinvali, un gruppetto di donne pela patate chiacchierando come niente fosse. Buran Duguethè fuma seduto sui talloni, alla caucasica: “Vivevamo benissimo tra noi. Saakashvili ha rovinato tutto. Voleva andare con l’America e la Nato, così lontane…”. Ma anche Mosca, da qui, pare un altro mondo.



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