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RUSSIA, QUEL TRENO PER PYONG YANG 4/8/09

Non capita spesso di incontrare i sudditi del Regno Eremita, il più isolato al mondo, a spasso all’estero, e poterli avvicinare. Ma nel remoto Far East russo, sono di casa da decenni. In nome dell'amicizia Russo-Nordcoreana, cementata da una mitica linea ferroviaria. Ma ora Mosca ha detto sì alle sanzioni Onu contro Kim Sung Il... (foto: D. Monteleone)

Lucia Sgueglia

Martedi' 4 Agosto 2009
USSURIYSK – Una vecchia stazione nel remoto Far East russo capolinea della Transiberiana, 9mila km da Mosca. Sul primo binario, ad aspettare il treno oggi c’è una comitiva speciale. Una 60ina di uomini, ai piedi identiche sneakers blu di bassa qualità, indosso casacche dal taglio severo. Gli altri passeggeri, gente del posto e qualche turista, sembrano non accorgersi di loro. Sul petto hanno tutti un segno inconfondibile: la medaglietta con il volto di Kim Sung Il, sovrano di Nord Corea.
Non capita spesso di incontrare i sudditi del Regno Eremita, il più isolato al mondo, a spasso all’estero, poterli avvicinare e parlargli. Ma tra il fiume Amur, i boschi e le paludi del Primorsky Kray, che divide con Pyong Yang 20 km di confine e dove le braccia scarseggiano, son di casa. Due volte a settimana a gruppi varcano la frontiera “fantasma” di Khasan a sud di Vladivostok, per lavorare nei cantieri edili sul mare, tagliar legna nei boschi intorno Khabarovsk, raccoglier frutta nelle fattorie. Oggi come nell’Urss - Brezhnev in segreto ne accolse 25mila l’anno, perlopiù criminali e dissidenti - attraversano in treno il “Ponte dell’Amicizia” sul fiume Tumangan. Ufficialmente la frontiera è chiusa; ma la sola via ferrata funziona, pur assente dal tabellone degli orari. Ci passano le delegazioni ufficiali, e qualche “turista” russo. Dal 2008 i russi si son messi a rinnovarla. Due volte al mese i vagoni volano fino Mosca. Nell’agosto 2001 di qui passò il mitico treno blindato che portò il Caro Leader fino a Mosca da Putin, lui che ha paura di volare, per rivivificare i rapporti dopo lo stop negli anni 90. Con un memorandum di Amicizia, Buon vicinato e Cooperazione. Dall’economia alla difesa, all’opposizione al mondo unipolare di stampo Usa, si legge nel testo. Dei lavoratori non si fa cenno. Ma per il Cremlino non è un segreto: nel 2006 ufficialmente erano 10mila. Con la crisi, Mosca ha tagliato le quote dei gastarbeiter stranieri; non quelle dei nordcoreani, “volontari forniti di un regolare visto di lavoro” per il Cremlino. “Schiavi” invece secondo Amnesty International, attirati con l'inganno e la promessa di un guadagno cospicuo e poi tenuti in condizioni terribili, in “violazione delle convenzioni internazionali”. Oggetto, si dice, di un patto segreto tra Mosca e Pyong Yang: manovalanza gratuita in cambio del petrolio che Kim non può pagare, e per saldare il vecchio debito sovietico mai condonato. Nemmeno da Putin.
In una sala separata della stazione, qualcuno gioca a carte seduto in terra, una specie di poker, altri dormono riversi su piccole valigie. A vederci entrare molti si spaventano, altri ci invitano a giocare, poi ci lasciano guardare. Non sanno il russo, solo poche parole. Irrompe un giovane ben vestito, pare un borghese figlio di papà: “Qui non serve fotografare” dice in perfetto russo. Anche lui ha la spilletta. È il ‘brigadiere’ che sorveglia il gruppo, tutti ne hanno uno. “Certo, siamo coreani del nord, cosa credete? Veniamo da Pyong Yang. Siamo diretti sull’isola di Sakhalin, - racconta senza scomporsi. - In treno fino alla costa, poi una nave cargo. Per una compagnia di costruzioni. Russa. Sei mesi”. L’infernale colonia penale zarista evocata da Chekhov, oggi è la miniera d’oro dell’energia russa. “Sì, del nord. Seguono una disciplina ferrea, quasi militare. Sono ottimi lavoratori, più puliti e ordinati dei cinesi…” conferma nonna Valya fuori sui binari, mentre aspetta il suo treno per andare in dacha.
A sud sulla strada verso Khasan, mancano 40 km dal confine, i bagnanti affollano le spiagge incontaminate di Slavjanka sul mar del Giappone. I test nucleari di Pyong Yang son caduti poco al largo da qui, qualcuno dice di aver sentito dei tremori. “Ma non siamo preoccupati, le relazioni tra i nostri paesi sono calorose”, assicura una biondina. Chissà che ne pensa Hillary Clinton: poco fa ha dichiarato “la Nord Corea è rimasta senza amici”. Dopo aver frenato a lungo, Mosca e Pechino a giugno han votato le sanzioni Onu contro Pyong Yang, condannando i test con “preoccupazione”. E la Russia, pur membro dei "Colloqui a sei" sul nucleare nordcoreano, di recente si è detta favorevole al dialogo diretto Pyongyang-Usa proposto proprio da Kim.

Non vede contraddizioni nella storia Vladimir Ushakov, commissario per i diritti umani del Primorye: “Guadagnano un bel gruzzoletto che da loro si sognano. Il paese è poverissimo e molto chiuso, vi vige un’ideologia fondamentalista”. La Russia non riconosce lo status di rifugiati ai disertori nordcoreani, nonostante la Convenzione di Ginevra. Negli anni 90 chiudeva un occhio, a centinaia fuggirono da qui in paesi terzi: di solito Seoul. Poi nel 2000 Mosca rispedì a casa 7 fuggitivi via Cina, suscitando lo sdegno internazionale. Oggi i casi documentati sono drasticamente ridotti. Ma secondo associazioni per i diritti umani, dalla Siberia al Primorye si nasconderebbero da 500 a 2000 disertori. In parte aiutati da ong come il Comitato Civico di Svetlana Gannushkina, che ha sede a Mosca e conferma tutto. Nel 2008, per la prima volta Mosca ha aiutato un cittadino di Pyong Yang, Han Dong-man, a trovare rifugio negli Usa. Scappato da un campo nei boschi di Tynda nel 1993, nel 2007 fu intercettato dai servizi segreti nordocoreani a Mosca, che tentarono di rimpatriarlo via Vladivostok. Riuscì a fuggire, infine l’intervento dell’Onu bloccò la deportazione. La responsabile della faccenda all’ufficio Onu di Mosca, rifiuta al momento di rilasciare interviste sul tema: “una questione molto delicata”, commenta una fonte anonima.
Amy Sin, russocoreana, segretaria di una parrocchia presbiteriana in città, negli anni ne ha visti tanti presentarlesi chiedendo aiuto: “Siamo gli unici qui a parlare la loro lingua. Ben pagati? Macché. Brigadiere e Stato intascano quasi tutto. Però li autorizzano a far altri lavoretti nel tempo libero: riparano i tetti delle dacie, restaurano appartamenti privati per i russi…”. Come come, giorno libero? E non fuggono? “E dove? Da una parte c’è il mare, dall’altra la Cina, a ovest 9 fusi orari in territorio russo. E hanno tutti famiglia in patria, vengono scelti apposta…”. Da qualche tempo però non vengono più, dice: “hanno paura. Il nostro parroco è di Seul, e a loro è rigorosamente vietato comunicare coi sudcoreani. Potrebbero scoprire che al sud si vive meglio di quell che racconta la propaganda”. Anche i diplomatici di Seoul ultimamente scoraggiano gli aspiranti rifugiati, per non guastare i buoni rapporti economici con Mosca.
Intanto nel paese del caro Leader, dove chi è sorpreso a distribuire Bibbie viene condannato a morte, dal 2006 svetta una chiesa ortodossa. La inaugurò nell’agosto di quell’anno l’attuale patriarca russo Kirill, allora metropolita di Smolensk e Kaliningrad. E il Patriarcato ha accolto a Mosca 4 "seminaristi" da Pyong Yang, poi spediti a far pratica nella cattedrale San Nicola a Vladivostok. Tutti avevano lavorato per i servizi segreti del Regno Eremita, secondo l’agenzia Reuters.

Pubblicato domenica sulla Stampa di Torino

Leggi anche la traduzione in giapponese del reportage effettuata dal Courrier Japon



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