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Gli americani vogliono invertire la rotta e far uscire il paese dal novero degli stati canaglia. Ma non tutti sono d'accordo. Intanto un dossier del CeSPI suggerisce al governo italiano il da farsi. Cominciando dalla diplomazia

Said Abumalwi

Sabato 1 Agosto 2009

Come per l'Afghanistan, l'Iraq, Cuba o la Palestina, anche per il Sudan, stato canaglia dell'era Bush, gli Stati uniti intendono cambiare strategia.
Cosa farà esattamente Obama lo si saprà con esattezza nelle prossime settimane ma il rapporto davanti al Senato dell'inviato speciale del presidente in Sudan, il generale in pensione Scott Gration, dice due cose con chiarezza: Khartum deve uscire dalla lista degli stati sponsor del terrorismo e deve terminare il regime di sanzioni. Una virata a 360 gradi - non priva di polemiche e reazioni - resa nota proprio mentre in Italia un gruppo di lavoro di trenta specialisti (accademici, ricercatori, diplomatici, militari), coordinati dal Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI), hanno consegnato alla Farnesina i risultati di un dossier sul Sudan con le indicazioni per una nuova politica dell'Italia.
I punti di contatto tra le due posizioni, quella dell'inviato americano e quella del gruppo di studiosi italiano, si concentrano sulla necessità di sostenere e rafforzare il Comprehensive Peace Agreement (Cpa), che dal 2005 ha posto fine al confronto tra il governo centrale e i ribelli del Sud anche se – dice il rapporto CeSPI - la tensione tra i due ex nemici e ora partner di governo, il National Congress Party (Ncp) e il Sudan’s People Liberation Movement (Splm) resta elevata. Gration ha spiegato che proprio le sanzioni hanno finito per indebolire il Cpa che resta gravato, aggiunge il CeSPI, “soprattutto dall’incapacità o difficoltà di far passare in parlamento le leggi necessarie a creare un “ambiente favorevole” per le elezioni generali del 2010.
Ma negli States Gration non l'ha passata liscia. Lo scontro grosso è sul Darfur e in particolare con Susan E. Rice, ambasciatrice Usa all'Onu. Per Rice la campagna genocidaria di Khartum nell'area occidentale non è ancora finita e il governo va tenuto sotto pressione, mentre per il generale il governo non sarebbe più coinvolto direttamente nel massacro dei civili. Battaglia insomma e su un argomento che negli Stati Uniti ha scaldato gli animi.
Il dossier del CeSPI ricorda poi che oltre ai problemi tra Nord e Sud e oltre alla questione Darfur sopravvivono altre aree di crisi tanto che “il 90% di tutti i nodi irrisolti del Cpa è concentrato in o a ridosso delle Tre Aree, ovvero le regioni di Abyei, Kordofan Meridionale e Nilo Azzurro, dove le strutture politiche create dal Cpa sono rimaste molto fragili se non quasi inesistenti”.
Il dossier del CeSpi, si conclude con una serie di raccomandazioni ai diversi attori a cominciare dalla comunità internazionale rispetto al Comprehensive Peace Agreement “...che costituisce comunque un accordo ampiamente condiviso e, allo stato attuale, il più sostenibile piano di riferimento per la pacificazione del paese”. E rimanda a un'indagine sulle cause del conflitto, troppo facilmente liquidato come interetnico, chiedendosi se non “siano riconducibili anche ai cambiamenti climatici, che hanno causato la competizione tra diversi gruppi per le risorse” col rischio dunque che “un accordo politico possa non bastare a risolverle”. Al Consiglio di sicurezza suggerisce un ripensamento del mandato della missione Onu “finora pletorico e insufficiente al tempo stesso” e più lavoro sulla “costruzione del consenso”. Infine i consigli all'Italia “che gode di una posizione di rispetto nella regione e potrebbe svolgere un ruolo importante di mediatore e facilitatore del processo di pace”.
Intanto, spttolineano i ricercatori, manca un sottosegretariato agli Esteri per l’Africa (la delega è stata tenuta da Frattini) che potrebbe impegnarsi di più su un dossier che dovrebbe comprendere “un maggiore coinvolgimento dell’Italia nell’addestramento del personale militare africano” (i soldati dell'Unione africana) e la creazione, assieme ai peacekeeper (militari) “anche un piccolo corpo di mediatori” (civili).
Il CeSPI ricorda inoltre che, oltre alle elezioni del 2010, esiste anche lo spettro di un referendum sulla secessione: “Il Cpa – spiega il dossier - punta a promuovere un nuovo assetto unitario a livello nazionale, aprendo però anche la strada ad una separazione pacifica e consensuale fra Nord e Sud”. Il problema è che non è mai veramente “decollato lo scenario unitario prospettato dall’accordo: le istituzioni comuni sono inoperanti e non c’è nessuna politica comune”. L’appuntamento referendario si sta rapidamente avvicinando, e lo scenario della scissione – paventano i ricercatori - appare ormai “nettamente prevalente rispetto a quello dell’unità nazionale”.



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