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Con una sentenza salomonica, la Corte arbitrale permanente dell'Aja ha disinnescato una delle bombe a orologeria che potevano far saltare la pace tra Nord e Sud Sudan, la questione della regione di Abyei

Irene Panozzo

Venerdi' 24 Luglio 2009


La bomba a orologeria, che tutti temevano potesse scoppiare, è stata disinnescata. Quanto meno per ora. Ma il sospiro di sollievo di Nazioni Unite, partner di governo sudanesi e comunità internazionale è evidente. A rasserenare gli animi è giunta mercoledì la decisione finale della Corte arbitrale permanente dell’Aja, che dopo un anno di processo, ha trovato una soluzione salomonica per uno dei problemi più spinosi di un paese a cui certo non mancano i problemi: la questione di Abyei, piccola regione al confine tra Nord e Sud Sudan, ricca di petrolio e dai confini controversi.
Una questione che si trascina da anni. Da quanto nel luglio 2005 il rapporto finale della Commissione confinaria di Abyei (Abc), creata dal trattato che sei mesi prima aveva messo fine alla ventennale guerra civile sudanese, è stato accettato dagli ex ribelli del Movimento per la liberazione popolare del Sudan (Splm) e rigettato dal partito del presidente della repubblica Omar al-Beshir, il National Congress party (Ncp). Ex nemici, ma parte del governo di unità nazionale nato proprio in virtù del trattato di pace. Non delimitare il confine dei “nove capitanati (chiefdoms) dei Ngok Dinka” che nel 1905 erano stati trasferiti amministrativamente dal Sud al Nord ha significato, in questi quattro anni, non poter creare un’amministrazione locale, lasciare la regione in un limbo difficile da gestire e non poter dividere i proventi delle ricchezze petrolifere. Perché Abyei è piccola rispetto alle immense distese sudanesi, ma nel suo sottosuolo c’ è molto di quel petrolio che negli ultimi dieci anni ha arricchito le casse dello stato, trasformandone la sua capitale.
L’oro nero naturalmente conta, e molto. Ma conta soprattutto a Khartoum e a Juba, la capitale del Sud, di cui Abyei potrebbe entrare definitivamente a far parte dal 2011, quando, secondo il trattato di pace, potrà scegliere tramite referendum in quale metà del paese rimanere. Ma anche il Sud nel 2011 avrà un referendum, in questo caso per decidere se rimanere parte del Sudan o diventare indipendente. È chiaro quindi che a Khartoum l’idea di poter perdere Abyei e il suo petrolio e cederlo a un nuovo Sud Sudan indipendente, già ricco di risorse, non è mai piaciuta per niente.
Sul terreno però ci sono anche altre dinamiche, che poco hanno a che fare con il petrolio e che contano molto sulla stabilità della regione. Abyei, oltre che dai Ngok Dinka, parte della più numerosa popolazione sudsudanese, è abitata anche dai Missiriyya, pastori arabi che durante il conflitto Nord-Sud sono stati armati dal governo centrale per fare il lavoro sporco contro i ribelli dello Spla. E allora la questione diventa identitaria, ma anche economica, visto che si tratta di regolare l’utilizzo dei tratturi della transumanza, dell’accesso ai pascoli e ai punti d’acqua.
Di fronte a un tale groviglio e dopo una cruenta crisi scoppiata nel maggio 2008, da cui la città di Abyei è uscita in cenere e 50mila dei suoi abitanti sono fuggiti, l’attesa per la decisione dei giudici dell’Aja era alle stelle. Come anche la tensione, sia nelle due capitali che sul terreno, con gli eserciti in movimento e la missione di pace delle Nazioni Unite pronte a intervenire. Perché Abyei è sempre stata considerata una sorta di banco di prova per la tenuta del trattato di pace ed erano in tanti, probabilmente la maggioranza, a temere che un verdetto negativo per una delle due parti potesse scatenare il putiferio, con conseguenze potenzialmente dirompenti sull’intero assetto della pace.
Invece è andata diversamente. Il tribunale arbitrale per Abyei ha confermato che il territorio dei capitanati Ngok Dinka fa parte, etnicamente, del Sud Sudan, come stabilito dal rapporto dell’Abc. Ma ha anche detto che il confine orientale della regione deve essere arretrato di un po’ rispetto a quanto deciso nel 2005. Lasciando così fuori, in territorio nordsudanese, il bacino di Heglig, uno dei più ricchi di petrolio. La pace per ora è salva.

L'articolo è oggi anche su il manifesto



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