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MOSCA, SOTTO PROCESSO L'ARTE DEGENERATA 5/7/09

Per offesa al sentimento religioso, "estremismo" e, tra le righe, ai valori della nuova Russia: curatore e direttore del museo rischiano fino a 5 anni di libertà vigilata. Definito “Il primo processo ideologico nella nuova Russia” dal filosofo M. Ryklin, è un nuovo test per zar Medvedev dopo i casi Politkovskaja e Khodorkovskj. 160 i testimoni. Nessuno ha visitato personalmente la mostra.

Lucia Sgueglia

Domenica 5 Luglio 2009
MOSCA – All’ingresso del tribunale del quartiere Taganka, un gruppo di donne col velo annodato il mento prega sgranando il rosario, legge la Bibbia, ascolta il parroco: “E’ per il bene dei nostri figli, dobbiamo opporci”. Tra poco entreranno a turno per testimoniare contro “l’arte che non si può vedere in Russia”. Sul banco degli imputati Andrej Erofeev, noto curatore d'arte contemporanea, colpevole di aver organizzato, nel 2006 a Mosca la mostra "Arte proibita", con opere di artisti della “pop art sovietica” dagli anni 70 a oggi. Tra cui un Cristo crocefisso con testa di Lenin di V. Bakhchanjan, Icona-caviale di A. Kosolapov, il bacio gay di due poliziotti. Scatenando la furia di clero ortodosso e ultranazionalisti: questi ultimi tentarono di dar fuoco all’esibizione “blasfema” e la fecero chiudere dopo un mese. Sotto accusa anche Juri Samodurov, direttore del Centro Sakharov che ospitò l’evento, e una successiva mostra nel 2007 (Attenzione, religione!) in cui le stesse opere erano visibili da piccoli fori dietro tendoni neri. Un modo per mostrare la censura nell’arte. “Pura provocazione” per l’accusa, "offesa al sentimento religioso" che avrebbe psicotraumatizzato molti, si legge nei 15 tomi del procedimento.
Ripreso il 29 maggio, definito “il primo processo ideologico nella nuova Russia” dal filosofo M. Ryklin, è un nuovo test per zar Medvedev dopo i casi Politkovskaja e Khodorkovskj. 160 i testimoni. Nessuno ha visitato personalmente la mostra. Nella piccola aula, una ragazza del pubblico poggia sul davanzale un’icona della Vergine. Omoni in divisa militare zarista, barbe e baffoni, fanno il tifo ad alta voce, il poliziotto di guardia li ammonisce. Rappresentano gruppi oltranzisti come l’Unione dei cittadini Ortodossi e Difesa Nazionale, veri ispiratori del processo: hanno raccolto 130 firme, sulla base delle quali dopo 6 mesi è stato aperto un caso per violazione dell’art. 282 del codice penale russo: “incitamento all’odio razziale, nazionale e religioso”. Estremisti, terroristi, anticristi Erofeev e Samodurov? Il primo ha perso il posto alla prestigiosa galleria Tretjakovskaja, l’altro s’è dimesso. Rischiano 5 anni di galera.
La chiesa di padre Tychon sta a 450 metri dal Sakharov: “Se non li fermiamo ora, dopo sarà peggio. Non hanno ucciso nessuno, ma provocato sofferenza e morte dell’anima con quell’evento infernale”. La sala annuisce. Scuote la testa Anna Stavitskaja, avvocato difensore (e legale della famiglia Politkovskaja): “Un processo surreale, difficile prevederne l’esito”. La sua puntuale requisitoria è imperniata su temi alti: significato dell’arte, libertà espressiva, contestualizzazione storica delle opere, nate per criticare il regime sovietico. Un dialogo tra sordi. “Che differenza fa se ha visto le opere o no? Hanno profanato le icone”, sussurra una vecchina. Non può esistere un’arte diversa dai valori religiosi? Il pope si spazientisce: “Esistono ideali universali”. Si cita il caso di una donna, Anna Sergeevna che si sarebbe ammalata e poi morta in seguito alla visione della mostra. Suo marito Dmitri è fondatore dell’Associazione Gioventù Pravoslava: tra gli obiettivi, porre confini precisi e invalicabili ad arte, cinema, letteratura, tv, “ciò che può avere cattiva influenza sui giovani”. Censura? Si scaglia contro Samodurov: “Tutte le sue iniziative sono elementi di guerra dell’informazione, volte a distruggere archetipi del sistema russo e sfruttarli a scopi politici”. Ma politico è il processo, credono molti: pensato per far chiudere il Centro Sakharov, "covo" di oppositori critici della Russia di Putin e Medvedev.

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