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ANALISI, LA FRONTIERA MALEDETTA DELL'AFPAK 30/6/09

Questo articolo è uscito sul numero di luglio (109) de Lo Straniero

Nell'immagine: Sir Henry Mortimer Durand (1850-1924)

Emanuele Giordana

Martedi' 30 Giugno 2009


L'epopea dell'Impero britannico nel subcontinente indiano lasciò diversi frutti avvelenati. Alcuni di questi riguardavano – e riguardano - la frontiera che il righello coloniale aveva tracciato durante le ultime stagioni del Raj, quando la Corona aveva preso il posto della Compagnia delle Indie e Londra voleva tutelarsi dalle mire zariste al confine occidentale. Altri ancora, sempre all'interno della geografia dell'Impero, riguardavano i confini tracciati da burocrati e genieri di sua Maestà per dividere il Pakistan, la terra dei puri voluta dai musulmani indiani e dal loro capo, Ali Jinnah, per separarsi dall'India di Nehru, Gandhi e del Partito del Congresso.

Il righello di Sua Maestà britannica

All'indomani della Partition del 1947, la divisione del Punjab, la ricca terra dei cinque fiumi, parlò subito il suo linguaggio di morte quando, nell'agosto del '47, la geografia delle mappe si trasformò in realtà di fatto dando luogo e a un esodo senza precedenti di oltre 14 milioni di individui al di qua e al di là della linea di demarcazione tracciata grossolanamente da Sir Cyril Radcliffe, che aveva diviso in due villaggi e stalle, canali di irrigazione e proprietà. Sul fronte Est, nella bizzarra enclave del Pakistan orientale – una porzione del Bengala oggi Bangla Desh - il veleno brillò agli inizi degli anni Settanta. Scatenò una guerra tra India e Pakistan e portò alla secessione di bengalesi “pachistani” che non si riconoscevano nell'artefatto gemello occidentale guidato da islamabad. Ma non era finita lì.
Alla fine dell'800, nel 1893, la geometria coloniale aveva tracciato un altro confine lungo 2.640 chilometri e che serviva a separare in modo evidente l'Afghanistan, di cui Londra non era riuscita ad aver pienamente ragione, dai territori sotto dominio britannico. Quel frutto avvelenato, quell'eredità geopolitica, quel lascito figlio di un calcolo attento e perverso, doveva rilasciare il suo veleno lentamente. Sino ad esplodere definitivamente con l'invasione sovietica dell'Afghanistan e, in seguito, con l'epopea talebana sino all'occupazione dell'Afghanistan da parte della Nato a partire dagli inizi del nuovo secolo. La “Durand Line”, la frontiera maledetta tra Pakistan e Afghanistan che divide in due le aree abitate dai pashtun, omogenee per tradizioni e costumi, è oggi il segno tangibile che il concetto di “AfPak” - la nuova regione geopolitica che ha per sigla l'acronimo che accorpa i due paesi - non è affatto peregrino. E' lungo questa frontiera infatti, non meno che a Kabul o a Islamabad, a Washington o a Bruxelles, che si decide il destino di Pakistan e Afghanistan e delle tante guerre che vi si combattono. A cavallo della frontiera.

La scommessa di Mortimer Durand

La Durand line si deve al lavoro di Sir Mortimer Durand, all'epoca segretario agli Esteri del governo del Raj. La nuova frontiera, destinata a chiudere contenziosi antichi e soprattutto a chiarire quale fosse - soprattutto in chiave anti russa - il bastione difensivo occidentale di Sua Maestà britannica, definiva le zone di influenza dell'India britannica e dell'Afghanistan. Il suo tracciato scatenò all’epoca una rivolta tribale nelle aree pashtun, che per essere contenuta, richiese l’invio di 35mila soldati. Fu solo una delle tante perché, racconta Olaf Caroe nel suo monumentale “The Pathans”, andare a ispezionare le aree tribali pachistane era per l'esercito si sua Maestà un'avventura. Il fuoco dei cecchini, appostati sui fianchi delle gole lungo tratturi polverosi arsi dal sole d'estate o bruciati dal gelo delle nevi invernali, faceva il tiro a segno coi soldatini dell'Union Jack. Uno dei luoghi più pericolosi era il Waziristan, una vasta area tribale controllata da diversi clan spesso in guerra tra loro. E' un nome che, da qualche anno, abbiamo imparato a memoria.
La frontiera è da sempre occasione di contenziosi e persino di scambi di poco amichevoli proiettili dalle due parti. E il suo nome si è legato, nell'andirivieni della storia, al fantasma del del Pashtunistan – terra dei pashtun – una Padania etnicamente pura che comprenderebbe un territorio vasto quanto l'Italia. A turno questo fantasma è stato agitato da questo o quell'attore ed è un'idea che resta nell'immaginario collettivo dei pashtun e dei patahn, i due nomi con cui la stessa comunità è conosciuta al di qua e al di là della frontiera. Fantasma agitato e molto temuto. A Kabul come a Islamabad che, nel 2006, aveva addirittura pensato di minare la dannata linea di Durand. Fantasma provocatoriamente agitato recentemente anche da un'economista “verde” (Hazel Henderson, l'autrice di "Ethical Markets: Growing The Green Economy") quale soluzione possibile per prosciugare il pantano che sta soffocando i due paesi.

Le terre dei pashtun e dei pathan

Il termine ricorrente oggi per definire la Durand Line è “frontiera porosa”. In effetti è così difficile da controllare che passare da una parte all'altra è impresa facilissima. Ecco dunque i famosi “santuari” che i talebani afgani, in stragrande maggioranza pashtun, utilizzano nei territori pathan del Pakistan. Ma prima di disegnare la storia dell'oggi e dei conflitti (almeno cinque) che si combattono al di qua e al di là del confine, bisogna fare un passo indietro e delineare la cornice. Di che territori si tratta?
In Afghanistan la cosa è semplice: si tratta delle province pashtun che qualsiasi mappa etnica disegna in gran parte dell'area orientale e meridionale del paese. Ma in Pakistan? La regione dei pathan, lungo l'asse orientale della frontiera, fa parte delle Federally Administered Tribal Areas (Fata), formate da sette agenzie (Bajaur, Khyber, Kurran, Mohmand, Orakzai, Waziristan del Nord e del Sud). Dotate di larga autonomia interna, sono rette da governi locali e utilizzano un sistema legislativo e giudiziario conforme alla tradizione tribale, amministrato dai leader tribali o malik, che si rifà alla legislazione coloniale del Raj britannico, in particolare al Frontier Crimes Regulations del 1901. Sono controllate dal governo di Islamabad grazie alla presenza dei Political Agent, funzionari di collegamento. Ma con un potere limitato anche se importante.
Si tratta infatti di un'area tradizionalmente riottosa nei confronti del governo centrale e molto sottosviluppata: solo il 3% delle donne riceverebbe educazione scolastica e vi si trova un solo dottore ogni 8mila abitanti. Formalmente le Fata stanno all'interno della Provincia della frontiera del Nord Ovest (Nwfp), una delle quattro province del Pakistan con il Belucistan (Quetta), il Sind (Karachi) e il Punjab (Lahore), cui vanno aggiunte le Aree settentrionali e l'Azad Kashmir. Ma i pathan non stanno solo nelle agenzie, nella cosiddetta tribal belt (cintura tribale). Le cose si mischiano, etnicamente e politicamente, in tutta la provincia della Nwfp a Sud come e Nord. A Nord dell'area tribale si trova ad esempio la valle di Swat, “ridente” località turistica oggi divenuta l'ennesimo inferno di un conflitto che si allarga a macchia d'olio.

La terra di nessuno o la terra dei pathan?

Per visitare le agenzie occorre un permesso speciale che Islamabad rilascia con riluttanza, non foss’altro perché queste terre sono un vero e proprio stato nello stato. Al viaggiatore che attraversa il passo di Khyber, lungo la catena montuosa che divide l'Afghanistan dal Pakistan, non sfugge come l'autorità pachistana finisca da una parte alla frontiera con l'Afghanistan - dove i doganieri hanno le divise dei finanziari pachistani o le bluse nere del contingente speciale della Frontiera – e dall'altra all'uscita della città di Peshawar (capitale della Nwfp), collegata da un pugno di chilometri al confine con l'agenzia tribale di Khyber in cui scorre la strada che porta al passo. In mezzo è “terra di nessuno”. Anzi, terra dei pathan.
Lungo la stradale tra il passo di Khyber e Peshawar, o nelle vie della cittadina di Landi Kotal che si trova lungo il percorso che mena al passo, girano uomini armati col tipico pakol rotondo di lana dei pathan (o pashtun) della montagna. Ma non c'è un poliziotto pachistano. La strada che scende verso la capitale della Nwfp è costellata di abitazioni fortificate dagli alti muri senza finestre, dietro a cui si nascondono i segreti delle tribù pathan e in cui si rispetta il ferreo codice tribale, il pashtunwali. E’ la terra dei malik e delle milizie pashtun. Anzi pathan...Il soldatino dei Frontier Corp, che accompagna il visitatore nel tragitto, si guarda bene dal scendere dal veicolo che fa da scorta. La presenza dello stato è, in sostanza, molto virtuale.
La tribal belt non è comunque una realtà statica. Fino a tempi recenti i malik, i dignitari locali, erano stati la cinghia di trasmissione tra la cintura tribale e il potere centrale del Pakistan sulla frontiera maledetta. In cambio le tribù “pachistanizzate” ma dotate di larga autonomia decisionale potevano godere di una sorta di territorio “nazionale” pathan, dove l'esercito pachistano non metteva piede. Le cose però sono recentemente cambiate.

Cosa è cambiato

Durante la guerra afgana contro l'Armata rossa, spiegano gli analisti, i pashtun afgani emigrati nei campi profughi del Pakistan per sfuggire al conflitto venivano arruolati dai mujaheddin e, in seguito passarono ai talebani. Anche i giovani pathan del Pakistan, attirati dal jihad afgano e in parte dal movimento talebano, hanno sentito il richiamo delle armi ma non tanto per adesione ideologica alla guerra afgana o ai proclami di Al Qaeda, quanto perché l'elemento che li convinceva a ribellarsi era la diffusa mal sopportazione dello stato pachistano e soprattutto la lotta per le terre pashtun/pathan, di qua o di là della fittizia frontiera: non potevano esser occupate da stranieri (leggi non pashtun), fossero truppe britanniche, sovietiche, americane o della Nato. Inoltre nelle aree tribali aveva fatto strada il partito islamista Jamiat Ulama-e Islam di Maulana Fazlur Rahman, partito radicale pachistano pro talebano e dominante nella coalizione di sei organizzazioni islamiste (Muttahida Majlis-e Amal) che per un periodo ha governato la Nwfp e il Belucistan (ma alle ultime elezioni gli islamisti hanno preso una batosta). La simpatia per i talebani afgani non era però mai andata troppo in là. Nelle aree tribali vigeva ancora il vecchio sistema retto dai malik, pur se incrinato da una ventata generazionale di giovani anime bellicose, e nel quale i mullah restavano comunque al loro posto, sotto la catena di comando diretta dai malik e dalle jirga, istituzioni laiche. Ma con la nuova guerra della Nato in Afghanistan, i talebani afgani ospitati nelle terre pathan, hanno acquistato sempre più audience. E con loro i mullah, bypassando l'antico potere laico dei malik locali. Nasce così, come una sorta di emulazione, il movimento dei talebani pachistani. I talebano/pathan.

Le guerre sul confine

Oggi dunque la Durand Line fa da sfondo ad almeno cinque conflitti che si dipanano, con tempi alterni e alterne vicende, lungo la frontiera maledetta: in questi giorni sono i distretti attorno alla valle di Swat che attirano i riflettori delle cronache, mentre nell'area occidentale al di là della Durand, in Afghanistan, ogni giorno, più o meno raccontata, si srotola la guerra tra aftalebani (o pashtuntalebani) e Isaf/Nato. La guerra in Afghanistan è nota. Quella nello Swat abbiamo imparato a conoscerla. I protagonisti sono i talebani, ma declinati nelle diverse forme nazionali: pathan pachistani, pashtun afgani. C'è travaso tra i due fronti ma abbastanza relativo.
Accanto a questi due conflitti, ve n'è un terzo che si combatte nelle zone tribali pachistane: le aree autonome ad amministrazione federale delle sette agenzie abitate dai pathan ce l'hanno col governo pachistano di Islamabad. Quel che ieri sopportavano e adesso guerra aperta. E' chiaro che questi tre conflitti, tra loro diversi per rivendicazioni e aspirazioni tutto sommato locali (il jihad globale di Al Qaeda non ha infatti poi una gran presa su questi eserciti “nazionali”), tendono a saldarsi proprio sulla porosa frontiera che divide il mondo pashtun/pathan. Tanto da aver dato origine a un quarto conflitto in quell'area, che vede probabilmente allearsi forze diverse (paktalebani e aftalebani): si tratta del mordi e fuggi lungo il passo di Khyber, l'unica via d'accesso dal Pakistan del Nord all'Afghanistan (la via che passa da Sud è impraticabile). Da qui transitano convogli nell'ordine del migliaio al giorno che riforniscono il commercio afgano ma anche l'enorme macchina militare americana e della Nato. Basta far saltare un ponte, minare un tratto di strada, “cecchinare” dalle alture incontrollate delle gole, e il gioco e fatto. Tanto da aver obbligato Nato e Usa a negoziare un nuovo passaggio della logistica della guerra attraverso le frontiere dei paesi dell'ex Urss.

Molti fronti e obiettivi differenti

La guerra del Khyber, se si può accettare questa suddivisione in micro conflitti dello scacchiere “AfPak”, è una sorta di nodo di saldatura di interessi diversi: gli aftalebani, il cui obiettivo è liberare il proprio paese, boicottano l'arrivo della macchina della guerra occidentale. I paktalebani, sia delle agenzie tribali sia della valle di Swat, la cui aspirazione è una sorta di stato nello stato governato dalla sharia tribale dei pathan, ci vedono il mezzo per far guerra al sostegno infedele di cui gode il governo di Islamabad. Se questi movimenti si unissero in un unico fronte – ipotesi cui mullah Omar sta cercando di lavorare sembra senza troppa fortuna – la cosa si farebbe davvero spinosa. E la vera fortuna è che in realtà troppo lontani sono gli obiettivi, prettamente “nazionali” o locali, di queste piccole “leghe” islamiste. In grado, sinora, solo di creare alleanze tattiche, ognuno in vista dei propri obiettivi. Ma c'è anche un altro fronte.
Nel Sud del Pakistan si trova il Belucistan, abitato da popolazioni che sconfinano sia in Afghanistan sia in Iran. Territorio negletto (come le aree tribali) dal governo centrale, il Belucistan è strategico non solo perché asse nevralgico del commercio interasiatico ma soprattutto, perché i cinesi hanno investito nel porto pachistano di Gwadar, nervo scoperto per l'India, accusata di aver sobillato il movimento indipendentista beluci. Nato negli anni Settanta con ispirazione vagamente marxista, il movimento beluci è ora diviso in diversi gruppi e gruppuscoli, alcuni dei quali pericolosamente attratti dai talebani e dall'islam radicale (belutalebani?).
Insomma se questi cinque fronti diventassero un fronte solo, la sorte dell'AfPak sarebbe segnata. Ma il punto chiave è proprio la divisione che intercorre tra i vari gruppi, divisi per obiettivi e interessi. L'islam da solo non basta a tenerli insieme. In mezzo a loro corre la frontiera maledetta. E ricucire lo strappo non è facile nemmeno per questi guerriglieri col turbante.



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