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In Russia i casinò esistono dal 1993, finito il comunismo esplode il vizio del gioco, tra caos economico e mafie, ma il boom è dopo il 2000, parallelo a quello del petrolio. Ora, dal 1 luglio, dovranno chiudere tutte le sale da gioco a Mosca e nelle grandi città, eccetto 4 zone speciali ai remoti confini della Russia. Ma la crisi fa aumentare le proteste e le richieste di proroga.

Lucia Sgueglia

Domenica 14 Giugno 2009
MOSCA - La mitica roulette russa presto smetterà di vorticare. Insieme a slot machine, giri di poker e blackjack. Almeno a Mosca, mecca dell’azzardo, Pietroburgo e nelle grandi città del paese. A deciderlo, con una legge ad hoc, fu nel 2007 l’allora presidente Putin: dal 1 luglio prossimo, tutti i casino e le sale da gioco del paese dovranno chiudere. Lo scopo? Porre freno alla crescente mania dei russi per l’azzardo, criminalità e prostituzione che vi stanno intorno, e dare sviluppo a regioni depresse: il gioco sarà permesso solo in 4 "zone speciali", le più remote e periferiche: l’enclave di Kaliningrad, Krasnodar-Rostov, i monti dell’Altai e la siberiana Primorye (quest'ultima ancora in forse). Ghetti per viziosi e bari - come in America. Ma la crisi economico rischia di scombinare i piani, e fa montare le proteste.

Protestano, in primis, le associazioni di categoria: la legge equivale a un “bando repressivo” che evoca “il Proibizionismo Usa anni 20” secondo Evgenj Kovtun, vicepresidente di un’organizzazione di 30 società del settore. La misura a suo parere, rischia di far proliferare invece criminalità e gioco illegale. Solo a Mosca oggi ci sono 58 casino, 2000 sale da gioco e 70mila slots. Uno dei nomi più noti è la Vulkan, società con centinaia di Igrovoj Klub in tutta la Russia. In uno di questi, nel quartiere universitario di Baumanskaja, l’umore è basso: “Non mi occupo di politica, ma non capisco proprio il perché di questa decisione” dice l’amministratrice Natalja Krylova, 40 anni e due figli. In Russia i casinò esistono dal 1993, finito il comunismo esplode il vizio del gioco, tra caos economico e mafie, ma il boom è dopo il 2000, parallelo a quello del petrolio: “Parlano di decoro… bastava spostarci fuori dal centro! Invece di pensare ai problemi veri della gente, ai prezzi folli del cibo… Ma se dobbiamo chiudere, lo faremo. Troverò un altro lavoro”. Il timore maggiore, con la crisi che incalza, è la disoccupazione: si parla di 500mila posti a rischio. Amaro Aleksei Bakunin, 60 anni, ingegnere nell’Urss poi guardiano in questo club: “La mania del russi per il gioco? Siamo adulti. E poi è una tradizione fin da Dostojevskj…”.

In giro le serrande abbassate sono poche. Molti sperano in un ripensamento dell'autorità all’ultimo minuto. Ma il presidente Medvedev è fermissimo: “Non ci saranno proroghe, ne marce indietro nonostante gli sforzi di pressione di varie imprese". La faccenda infatti nasconde anche un duro braccio di ferro tra il Cremlino e la potente lobby dell'azzardo russa. Che ha sostenitori anche alla Duma (cui paga cospicue tasse e altrettante, si dice, mazzette), e vorrebbe far slittare la scadenza. Il loro business nel 2006 fruttava 8 miliardi di dollari, oggi pare arrivi a 20.

Ma perplessi sono anche i “beneficiari” della legge, le 4 regioni designate per trasferire i casinò non sono ancora pronte ad accoglierli. La crisi economica ci si è messa di mezzo: le infrastrutture sono quasi a zero, i governatori chiedono più tempo - almeno 3 anni - e soldi. Ancora deserta appare anche la sperduta area sul mar Nero dove dovrebbe nascere dal nulla - e in mezzo al nulla - “Azov City”: la "Las Vegas russa", progetto faraonico con 50 hotel, un aeroporto, una island marina, 60mila impiegati. Ma che non trova investitori. Intanto ci si attrezza. Convertendo le sale in poker club - dal 2007 con una nuova legge il poker in Russia è uno 'sport' - o traslocando i casinò in Sudamerica e Africa. Che sia il prossimo export russo di successo, dopo il crollo del barile?

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