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Vince le elezioni e protesta: "un imbroglio", attribuendo la vittoria al suo avversario e aiutandolo a vincere il ricorso in tribunale. Storia incredibile di Anton C., nella Russia di Putin e dello strapotere del "suo" Partito.

Lucia Sgueglia

Mercoledi' 10 Giugno 2009
MOSCA – “Ho vinto, mi dimetto”. Di solito sono gli sconfitti nelle urne a protestare contro risultati elettorali non graditi, magari denunciando frodi perpetrate dagli avversari. Non nella baltica San Pietroburgo. Dove Anton Chumachenko, 23 anni, candidato alle elezioni comunali del 1 marzo scorso nel quartiere dell’isola Vassilevsky (Pietro il Grande voleva farne il centro della sua Città Ideale), di fronte ai risultati che lo davano vincitore, ha scritto una incredibile lettera aperta ai residenti del suo collegio. Dicendosi “disgustato” dalla “falsificazione dei voti a suo favore”. E spiegando come, in base ai protocolli e alle relazioni degli osservatori presenti nei seggi, compresi quelli del suo partito, lui non ce l’aveva fatta ad arrivare tra i primi 5.
Ecco il testo: “Cari cittadini dell’isola Vassilevsky!” (…) Sono enormemente dispiaciuto per aver perso. Ma non ho bisogno di questo tipo di vittoria! Non posso, in tutta coscienza, accettare una sfacciata e aperta violazione dei diritti delle persone di eleggere liberamente i propri leader, per il puro gusto di ottenere vantaggi a breve termine. Non voglio iniziare la mia carriera politica con un cinica parodia di diritto, legge e morale”. Si era presentato, udite udite, nelle liste di Russia Unita: il partito al potere (lo stesso di Putin) nella immensa Federazione, che tiene in pugno i due terzi della Duma, l’apparato burocratico e quasi tutti gli istituti pubblici. Era alla prima esperienza politica. Per tre settimane aspetta i risultati definitivi, sperando che il tribunale cui aveva fatto reclamo rovesciasse la vittoria (la causa è ancora pendente, pare che le schede da esaminare siano andate casualmente distrutte da una tubatura che colava…). Poi si consulta coi suoi compagni di lista e, col loro appoggio, decide di rinunciare spontaneamente al posto. Senza, dice, informarne prima i suoi superiori del Partito. Non basta. In fondo alla lettera scrive che il vero vincitore - rullo di tamburi - è Boris Vishnevskiy: 43 anni, veterano della politica, candidato dell'opposizione liberale di Yabloko (“Mela”), risultato sesto, cioè primo fra gli esclusi. Un partito, la Mela, erede della ventata liberal degli anni 90 eltsiniani, poi spazzata via dal turbine restauratore putiniano; che nelle ultime legislative ha racimolato meno del 2%. E, ormai fuori dalla Duma (anche se a Pietroburgo – città “natale” dei liberali ma anche del premier Putin e del presidente Medvedev - mantiene un discreto sostegno), insieme ad altri “piccoli” rischia di scomparire per sempre dal panorama politico russo. Vittima della legge elettorale varata da Putin nel 2005 che alza la soglia di sbarramento al 7% – come dire, mission impossible. Poco fa, il nuovo zar Dmitri ha proposto di modificare quella legge, dar più spazio al multipartitismo. Nel finale della missiva, Anton, che si dichiara certo del sostegno dei compagni di partito, conclude: “La forza del partito non sta in percentuali di sostegno esagerate, ma nella sua capacità di lottare per la verità”. Come hanno reagito i vertici? Un portavoce di Russia Unita ha definito il suo gesto “emozionale, ma nobile”.
Tanto sorprendente, da sembrare un falso. Con quel viso pulito da bravo studente, gli occhialini tondi sul naso, molti han pensato che il giovane Anton fosse impazzito; un ingenuo, o un’idealista che non ha idea del paese in cui vive. Dove i risultati del voto vengono spesso contestati, e le contestazioni spesso ignorate, come è successo di recente a Sochi, la città delle Olimpiadi Invernali 2014, con la vittoria bulgara del candidato sindaco di Russia Unita. Destinato a un rapido siluramento, quell Chumachenko, han suggerito molti. Ma non è andata così. Perché la sua storia ha fatto il giro del mondo, approdando a fine aprile in un editoriale sul NY Times, e un lungo articolo sul Washington Post: “Idealismo in mezzo al cinismo della politica russa. Lezioni di democrazia da un 23enne”, è il titolo che tradisce lo spiazzamento di molti osservatori occidentali e critici del Cremlino: come ha potuto un tale frutto germogliare sull’humus autoritario e omologato della Russia putiniana? Perdipiù in un soggetto giovane e integrato nella macchina del potere. Diffidente, anche parte dell’opposizione politica: che si tratti di una campagna propagandistica per ripulire l’immagine di RU, macchiata da episodi di corruzione specie nelle regioni? La trovata di un geniale spin doctor?
Anche perché Chumachenko continua a dirsi convinto che colpevole dei brogli è la commissione distrettuale che ha contato i voti, non il partito cui appartiene. E ripete che, nonostante “non abbia bisogno della politica per vivere”, visto che ha “un business e un lavoro che va bene”, “non si ferma a metà strada”, e gli piacerebbe ricandidarsi. Sempre con Russia Unita. Lui, tra i manager di una media ditta alberghiera della sua città, una laurea in pubbliche relazioni, ne è membro dal 2006, quandò entro nell’ala giovanile, Molodaja Gvardja, Giovane Guardia, la più oltranzista e smaccatamente filo putiniana. Il suo sogno, dice, è riparar strade, organizzar pattuglie anticrimine e far di Pietroburgo una meta turistica di punta: “Russia Unita è l’unico partito che può darmi il potere e l’opportunità di cambiare le cose. Meglio fare qualcosa che criticare e basta”. “Sono felice di aver fissato un precedente” racconta al settimanale Russky Reporter, «Il mio non è romanticismo giovanile. Le persone vanno a votare perche credono che il loro voto abbia significato, e per scoprire che c’è chi non la pensa come loro”. Probabile, se si ripresentasse ora, che otterrebbe una valanga di voti. I più maligni sostengono che il problema è un altro: i brogli in quel seggio sono stati davvero troppo sfacciati, contraddicendo le indicazioni del Partito. Il governo ha appena passato nuove leggi che inaspriscono le pene contro le frodi elettorali.
La vicenda di Anton Chumachenko (anche se fosse una strategia di autopromozione) fa scalpore in un paese dove tutti i lacci sono tenuti da un immenso apparato fedele al Cremlino. Tanto che pure Vishnevskij, il suo avversario – inizialmente scettico – ha parlato bene di lui dopo averlo incontrato, dicendo che il suo è, in ogni caso, un gesto di rottura in una realtà come quella russa. E Vishnevskij ha infine vinto il ricorso presentato in tribunale contro i risultati del voto proprio con l'aiuto di Anton, che ha testimoniato in aula a suo favore. Ma il caso Chumachenko, forse, suggerisce anche un'amara realtà: che contestazioni e "sfide" al sistema vigente capaci di lasciare il segno, al momento attuale in Russia, possono venire solo dai ranghi del potere. Risultando forse più efficaci dell'azione dei “soliti” oppositori noti in Europa e in Occidente ma dallo scarso appeal in patria: dallo scacchista Garri Kasparov all’ex premier Mikhail Kasyanov.
Ma certo, la sua storia è anche molto diversa anche dai percorsi sotterranei, poco seguiti dai media ufficiali, di quella che forse oggi è la vera e unica opposizione russa. Quel po’ di società civile che resiste solo quando si mobilita su temi e problemi specifici, anche piccoli, e si muove indipendentemente dalla politica: i movimenti ecologisti che protestano contro lo sfascio ambientale sovietico proseguito col boom petrolifero, le madri di Beslan che sfidano Putin chiedendo verità, i giornalisti del Caucaso che in condizioni pessime tengono in vita fogli d’opposizione molto letti, ignoti e onesti giudici e avvocati convinti sostenitori del diritto come Stas Markelov e Sergej Pashin; i giovani Antifa che si oppongono alla deriva nazionalistica. Piccoli eroi, le loro storie sono le uniche che ogni tanto riescono a colpire l’immaginario popolare, forando la cappa d’indifferenza dei russi per la politica, e la “censura” dei media, sempre fedeli al regime. Non fermandosi ai volti del potere, ma andando alle radici del sistema da combattere: illegalità, impunità, corruzione. Che la crisi economica rischia di far dilagare.

Sul numero di Diario in edicola (tema: "Opporsi")



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