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Il caso della "città fallita", vittima della crisi salvata dall'intervento del premier Putin suscita molte perplessità tra media ed esperti russi: nel paese le "monocittà", basate su un'unica azienda, sono almeno 400 (800 quelle che si reggono su due industrie): i soldi per sanare tutti i crack non ci sono, e il caso rischia di innescare un pericoloso precedente.

Lucia Sgueglia

Martedi' 9 Giugno 2009
MOSCA – L’elicottero con l’aquila bicipite plana tra i boschi nella dimenticata provincia russa, 270 km a oriente di San Pietroburgo: proprio nel giorno in cui nella città baltica si apre il Forum Economico Internazionale, che dovrebbe far da volano alla ripresa di Mosca. Dalla scaletta scende Vladimir Putin, e la piccola Pikaljovo torna finalmente a sperare: la prima “città fallita” dall’inizio della crisi in Russia finisce sui tg in prima serata, dopo mesi di oscuramento.
“Aiuto, la crisi ci uccide, rischiamo di morire di fame”: 25 maggio, una lettera disperata “postata” sul blog del presidente Medvedev, dal titolo Crisi di fiducia. A firmarla sono molti dei 22mila abitanti della cittadina. Che nel giro di pochi mesi, da gennaio, han visto chiudersi in faccia i cancelli di tutte e tre le aziende - cemento, allumina e fosfati – da cui dipende l’intera vita di Pikaljovo: ci lavora un membro per famiglia. Tutti a spasso, congedo forzato, gli ultimi stipendi pagati a marzo. E conseguenze drammatiche: dal 15 maggio per insolvenza viene tagliata l’erogazione di acqua calda, elettricità e cibo scarseggiano. Il Comune chiede aiuto alla regione di Leningrado, il cui governatore V. Serdhukov già il 12 marzo corre al Cremlino. Ma nonostante le promesse di aiuti, nulla finora è cambiato. E la rabbia dei disoccupati è esplosa: il 20 maggio un centinaio irrompono nel palazzo del Comune, in consiglio d’emergenza per decidere sul da farsi. Perché il dramma di Pikaljovo è anche un problema di debiti incrociati tra compagnie, un tempo fuse in una: Glinozem, nata negli anni ’50, relitto fuorifase dell’economia pianificata sovietica. Morta l’Urss i dipendenti ne svendono le azioni per una miseria a vari oligarchi. Ma le 3 aziende restano interconnesse, un domino: i residui della raffineria d’alluminio forniscono materiale grezzo alle altre due, la centrale termica di proprietà dell’impianto industriale scaldava e illuminava anche i cittadini. Da mesi nessuno paga le bollette. Dietro BazelZement, che deve 4,5 milioni di dollari a Gazprom, c’è Oleg Deripashka, il magnate vicino a Putin oggi sull’orlo della bancarotta. Ieri l’ex zar l’ha rimproverato davanti alle telecamere, intimandogli di pagare tutti gli stipendi arretrati “entro oggi”, riprendere furniture e produzione. Ma dove prenderà i soldi?
“L’unica soluzione è la nazionalizzazione, e la successiva vendita a un proprietario assennato” ci dice al telefono Dmitri Konnov, ex operaio di BZ e coordinatore del portale pikalevo.net che ha creato la mobilitazione: “La visita di Putin è un buon segno, ma aspettiamo i fatti. Il Comune ha comprato caldaie per scuole e ospedali, gli altri sono ancora al freddo”. Non ha dubbi sul colpevole: “è il fallimento della privatizzazione scriteriata degli anni ’90. Deripashka nel 2004 ha voluto convertire la fabbrica di alluminio in un cementificio… una follia per quell’impianto”.
Licenziati sì, ma globalizzati: i pikaljovesi si scambiano informazioni sul web, cercano contatti e appoggi tra facebook e skype. Martedi in 500 han bloccato la strada da Pietroburgo con donne e bambini, s’è formata una coda di 400 km. Ma la pasionaria locale è una donna: Svetlana Antropova, leader dei Sindacati Uniti. In prima fila nell’arrembaggio al Comune e iscritta, udite udite, a Russia Unita: il partito di Putin. Ai media ha descritto “una situazione catastrofica, che può peggiorare nei prossimi due mesi. La gente non capisce perché il governo sostiene oligarchi e banche, invece di aiutare direttamente i singoli lavoratori”. “Ancora non mangiamo cani” scherza smentendo una voce circolante, “ma ci siam messi a bollire le erbacce dei giardini. Come volete che facciamo la spesa?”.
Per Mosca, il caso P. è un segnale allarmante: per la prima volta le proteste puntano il dito contro le politiche anticrisi del governo. E potrebbe fare da esempio: in Russia le “monocittà” basate su un’unica azienda sono 460, ci vive il 20% della popolazione. “La situazione è a un alto grado di ebollizione. Chiediamo agli amministratori soluzioni chiare e non vaghe promesse. Mentre il centro federale tace - si leggeva nella missiva al presidente - La crisi è un momento unico di verità, svela le persone per ciò che sono veramente”.

Il Messaggero



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