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A MOSCA GAY PRIDE BLINDATO, SOLITO FINALE. MA COL MEGAFONO 17/5/09

Quaranta arrestati, caricati di peso tra i tafferugli sui blindati delle forze speciali antisommossa (senza manganelli), per il gay pride a Mosca, mai autorizzato dal sindaco omofobo Luzhkov. In parte poi rilasciati in nottata. Ma quest'anno, almeno, come speravano gli organizzatori, gran clamore per la concomitanza con la finale di Eurovision, padrino Vladimir Putin che si è visto guardare la festa. Nel mirino dei gay e delle lesbiche di Russia però c'è Dmitri Medvedev: il presidente si dice liberale e pro-diritti civili ma continua a tacere sul pride. Contro di lui, gli organizzatori hanno depositato un reclamo alla Corte europea di Strasburgo - l'accusa: "inerzia".

Barbara Yukos

Domenica 17 Maggio 2009
Barbara Yukos
MOSCA – Gli avevano dato il nome di “gay pride slavo”, per schernire con fantasia l’intolleranza degli ultranazionalisti, sempre più numerosi in Russia, che anche degli omosessuali han fatto un bersaglio, considerandoli nemici dell’identità nazionale e dei “valori tradizionali”. Un’idea non lontana da quella espressa dalle due religioni principali del paese, ortodossi e musulmani, che nei gay vedono una minaccia alla crisi demografica. “Slavo” perché con lo sparuto gruppo di gay e lesbiche di casa ieri a Mosca c’erano anche alcuni compagni dalla Bielorussia dell’autoritario Lukashenko.
Ci sono abituati, alla repressione, loro che da anni chiedono di tenere una sfilata pacifica nella capitale, e ottengono puntualmente un rifiuto da Yurij Luzhkov, noto come “il sindaco più omofobo al mondo”. Che aveva promesso di stroncare con decisione ogni tentativo di violare il divieto. E allora, avranno pensato gli organizzatori, se in tafferugli e arresti deve finire, almeno si faccia più rumore possibile. Di qui l’idea di convocare la parata, poi trasformatasi in un (brevissimo sit in), nel giorno in cui la Russia era in preda alla febbre Eurovision, “la Sanremo d’Europa”, megakermesse musicale ignorata in Italia ma popolarissima in tutto il continente, tra polemiche politiche e clamori inscenati per far audience. Ospitata quest’anno proprio a Mosca, vincitrice dell’edizione 2008. Tutti i riflettori puntati sullo stadio Olimpiskj dove si teneva ieri la finale. Ma nel pomeriggio, gli organizzatori a sorpresa han scalato la Collina dei Passeri, davanti alla storica università Lomonossov, che affaccia giusto sullo stadio del Festival. Giusto il tempo di scandire “Diritti! Senza compromessi”, sventolare qualche bandiera arcobaleno, e i corpulenti Omon caricano di peso i 20 partecipanti su camionette corazzate. Tra loro, presentatosi al fianco di un compagno in abito da sposa, Nikolaj Aleksejev, leader del movimento e creatore del sito gayrussia.ru. Era la prima volta in cui faceva capolino un "travestimento" giocoso: di solito i non-pride russi sono all'insegna del totale understatement, qui si punta ai diritti fondamentali. Altri, ignari, recatasi all’altro appuntamento in piazza Pushkin han trovato altre decine di teste di cuoio, e “contromanifestanti” nazionalisti e ultraortodossi: “non siamo contro gli omosessuali, siamo contro la propaganda del peccato – spiega un loro portavoce – crediamo che i gay pride siano una sorta di terrorismo spirituale”. A fine giornata, secondo le autorità, si contano una quarantina arresti.
Qualche giorno prima, per lanciare l’evento, una coppia di donne lesbiche, Irina Fet e Irina Shipitko si erano presentate, bouquet in mano, all’ufficio del registro civile nel centro di Mosca chiedendo di unirsi in matrimonio – luce rossa anche qui. Per Aleksejev, è “un esempio di come i diritti delle minoranze sessuali siano ignorati nel paese. Non è una questioen di manifestazioni, ma di riconoscimento dei diritti privati dei cittadini”.
Ma forse lentamente sta cambiando qualcosa nell’opinione pubblica e nella società russa, dove pure l’omosessualità se non riguarda personaggi dello spettacolo resta un tabù forte e oggetto di discriminazioni specie in provincia – se ieri una delle tv più filogovernative, l’angolofona Russia Today, mandava in onda una diretta degli arresti e uno speciale sul tema dove si raccontava anche la lunga storia di repressione dell’omofobia in epoca Urss, dal liberale Lenin al punitivo Stalin, e si chiedeva perché nonostante la depenalizzazione con Eltsin nel 1993, così poco sia cambiato.
Anche Aleksejev e i suoi lo chiedono pubblicamente, con una lettera a Dmitri Medvedev, il presidente che più volte si è detto a favore della difesa dei diritti civili ma sulla questione continua a tacere. La comunità glbt russa gli aveva chiesto di poter sfilare nei giardini di Alessandro, giusto sotto le mura del Cremlino – perché quella è l’unica zona di Mosca che appartiene per giurisdizione allo zar e non al Comune. Nessuna risposta. Mentre una lamentazione legale contro lo zar, accusato di “inazione”, è stata già depositata al tribunale di Strasburgo.
Bizzarro allora che proprio ieri, nell’Europa che si indigna, nella baltica Riga in Lettonia, dove si doveva tenere un pride alternativo a quello russo come esempio di democrazia, l’amministrazione comunale che lo aveva autorizzato ha deciso infine di fare marcia indietro.

Apparso oggi anche sul Il Riformista



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