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Ratzinger va a Betlemme e fa politica. Sì allo stato palestinese, prego perché venga tolto l'embargo a Gaza, i muri vengono facilmente costruiti, ma non durano per sempre (la foto ritrae il Muro ad Aida)

Paola Caridi

Giovedi' 14 Maggio 2009
Mai come ieri, la politica, l’alta politica, è entrata di peso in questo difficile viaggio papale. Ed è stato Benedetto XVI a volerla. Mai era stato stigmatizzato, in modo così perentorio, il Muro di separazione lungo oltre 700 chilometri che Israele sta continuando a costruire dentro la Cisgiordania. “Un muro che si introduce dentro la vostra terra, separa i vicini, divide le famiglie”, dice il papa nell’accomiatarsi dal presidente dell’ANP Mahmoud Abbas, nel pomeriggio, dopo il lungo colloquio a due che conclude la giornata a Betlemme.
Il pontefice tedesco ricorda che “nonostante i muri possano essere facilmente costruiti, sappiamo tutti che non durano per sempre. Possono essere buttati giù”. Il parallelo con Berlino è sin troppo evidente. Ma il pontefice va oltre, e va dritto al cuore del conflitto israelo-palestinese. “Prima, però, è necessario rimuovere i muri che abbiamo costruito attorno ai nostri cuori, le barriere che abbiamo costruito contro i nostri vicini”.
Il papa di Ratisbona, il pontefice che – si dice tra gli arabi – stava erodendo il credito costruito da Giovanni Paolo II, conquista invece i palestinesi. Parla della loro sofferenza. Sostiene, come ha fatto sin dal discorso di arrivo all’aeroporto di Tel Aviv, la soluzione dei due stati. E va oltre: ricorda ai profughi del campo di Aida la ferita del 1948, proprio alla vigilia delle celebrazioni per ricordare la nakba, la “catastrofe”, la fuga dalle case. Li definisce “intrappolati”, dice che “sono rimaste irrealizzate le loro legittime aspirazioni per uno stato palestinese indipendente”.
Alla vigilia della sua visita a Betlemme, molti palestinesi non avevano nascosto la delusione per quel palco, costruito accanto al Muro nel campo profughi di Aida, su cui il papa non sarebbe salito, ripiegando sulla più diplomatica pedana nel cortile di una scuola dell’Onu. Il Muro, invece, è diventato a sorpresa il centro del messaggio di Benedetto XVI a Betlemme. Un muro accanto al quale il pontefice è passato a lungo, lentamente, sulla papamobile, lungo le steli di cemento alte sino a nove metri, diventate col tempo l’albergo per ogni tipo di graffiti, da quelli che chiedono di “rompere il muro”, come scrisse anni fa, di suo pugno, Roger Waters dei Pink Floyd, sino ai più complessi disegni murali che chiedono libertà dall’oppressione, dalla chiusura, dall’isolamento. Giovanni Paolo II, nove anni fa, non aveva visto la lunga barriera di cemento che circonda Betlemme e che Israele cominciò a costruire nel 2002, in piena seconda intifada. Anche lui, però, aveva visitato i profughi in massima parte musulmani del campo di Deheishe, che quando Woytjla morì, in segno di ossequio, andarono in processione alla Chiesa della Natività.
Ed è dalla Natività, davanti alla quale in mattinata Benedetto XVI ha celebrato messa di fronte a migliaia di fedeli, che il pontefice ha reso onore a Betlemme, “piccola città” in cui Gesù, sempre “segno di contraddizione”, ha scelto di nascere. E a Betlemme “le pietre continuano a gridare questa “buona novella”, il messaggio di redenzione che questa città, al di sopra di tutte le altre, è chiamata a proclamare a tutto il mondo”. Un messaggio che arriva poi dritto a quello sparuto gruppo di Gaza, meno di un centinaio, a cui gli israeliani hanno concesso il permesso di uscire dalla Striscia. “Vi chiedo di portare alle vostre famiglie e comunità il mio caloroso abbraccio, le mie condoglianze per le perdite, le avversità e le sofferenze che avete dovuto sopportare”. A Gaza il papa era stato invitato, non solo da padre Manuel Musallam, ora ex parroco della Striscia. Ma – rende noto a sorpresa Musallam, alle telecamere del TG3 – anche Hamas, non più tardi di una settimana fa, aveva reiterato l’invito a Benedetto XVI a visitare Gaza. Confermando che avrebbe vigilato sulla sua sicurezza.

LA FESTA DEI PROFUGHI PER BENEDETTO

Nessuna deroga dal protocollo. Eppure, la sosta di Benedetto XVI nella piccola scuola del campo profughi di Aida ha avuto tutti gli ingredienti e lo spirito della festa di paese palestinese. La pedana rossa, il pontefice al centro, vicino al presidente dell’ANP Mahmoud Abbas, al premier Salam Fayyad e a Karen Abu Zayd, il commissario generale dell’Unrwa, l’agenzia dell’Onu che da oltre sessant’anni gestisce il pesante dossier dei profughi palestinesi. E poi il maestro di cerimonie, i discorsi, i regali. La debke, la danza folcloristica palestinese, tutta incentrata sul ricordo del 1948. Il tutto, in una scenografia molto distante dai fasti della Basilica di San Pietro: il modesto cortile di una scuola di un campo profughi per quanto possibile addobbato a festa, e dietro, imponente, il Muro di separazione, appena dietro una strada sterrata.
La realtà di Betlemme, della Cisgiordania, entra dirompente nella visita apostolica. Compresi i problemi quotidiani, che irrompono sulla pedana con l’emozione di tre bambine. A far da contraltare con l’incontro privato, nella residenza del presidente d’Israele Shimon Peres, del papa con i genitori del caporale Gilad Shalit, rapito nel 2006. La più grande, avrà dieci anni, ha entrambi i genitori detenuti nelle carceri israeliane. Le due più piccole – cristiane, di Beit Sahour - hanno il papà, nelle prigioni israeliane. In rappresentanza di circa undicimila palestinesi detenuti da Israele. Uno dei dossier più importanti, e dimenticati, del conflitto arriva sul tavolo di Benedetto XVI. Assieme a tutti gli altri.

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Aggiornati anche sul blog di Paola Caridi invisiblearabs



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