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Pressato dalle polemiche e dalle critiche, Benedetto XVI affronta il dialogo con ebrei e musulmani. E celebra messa, guardando il Getsemani

Paola Caridi

Mercoledi' 13 Maggio 2009
Gerusalemme – Il Getsemani è proprio lì in alto, a destra del palco elegante che nel giro di pochi giorni è stato tirato su nella biblica valle di Giosafat. Il giardino in cui Gesù Cristo si è interrogato, ha pregato, ha pianto, è appena sopra quella valle in cui, tra gli olivi, le tombe cristiane e la terra battuta, Benedetto XVI ha celebrato la sua prima messa pubblica a Gerusalemme. Davanti a qualche migliaio, forse cinquemila, fedeli sparsi per il piccolo avallamento.
A destra il piccolo giardino del Getsemani, il luogo della riflessione sulle difficoltà estreme. A sinistra le possenti mura di Gerusalemme, la piccola cupola della Moschea di Al Aqsa, e più in là la maestosa e dorata Cupola della Roccia. E una giornata baciata dal sole, la prima con una temperatura quasi estiva, la seconda del pontefice di Roma nella città santa alle tre religioni del Libro. La scenografia, però, non basta – alla missione vaticana arrivata in Medio Oriente con Benedetto XVI – a far dimenticare le difficoltà crescenti di una visita che continua a essere spigolosa, poco calda, sempre sotto la lente del microscopio.
Il risveglio, al mattino, è la doccia fredda delle dure reazioni israeliane al discorso che il papa ha pronunciato allo Yad Vashem. Si poteva fare di più, insomma, e Benedetto XVI non lo ha fatto. E poi non si è spenta la eco delle polemiche, dopo le accuse lanciate da sheykh Tayseer al Tamimi a Israele, durante l’incontro interreligioso col papa, lunedì sera. Polemiche e note sferzanti, che arrivano a poche ore dalle tappe più importanti – e più ‘politiche’ – della visita religiosa del pontefice a Gerusalemme.
Primo appuntamento in agenda: la salita alla Spianata delle Moschee, l’incontro con la comunità musulmana, il colloquio ristretto con alcune delle figure più importanti, dal mufti Mohammed al Hussein, sino al rappresentante dell’ANP a Gerusalemme, Hatem Abdel Qader. Taysir al Tamimi, il capo dei tribunali islamici della Palestina, non c’è. Ma i temi di cui ha parlato la sera precedente, invece, rimangono sul tappeto, ed è lo stesso mufti a presentarli a Benedetto XVI,e a chiedergli un “ruolo efficace per far finire l’aggressione in corso contro il nostro popolo, la nostra terra, i nostri luoghi santi a Gerusalemme, a Gaza e in Cisgiordania”. Il papa entra nella Cupola della Roccia, dove i musulmani credono che il profeta Maometto sia asceso al cielo, un omaggio che a Giovanni Paolo II, nove anni fa, non era stato concesso. Entra a piedi scalzi, così come non aveva fatto nella moschea di Amman. Ogni gesto, sulla Spianata, ha un preciso significato.
Appena lì sotto, in questo affastellarsi di pietre sacre e di tensioni, c’è il Muro del Pianto. Il papa va, in una piazza artificialmente quasi deserta, si avvicina al Muro e infila la sua preghiera tra le grandi pietre. Si ferma a pregare, ma non c’è nulla – nel rito – che ricordi Giovanni Paolo II e la sua mano sui massi, il suo dolore. Benedetto XVI è diverso, è riservato, non ha i gesti pubblici del suo predecessore.
Poi l’incontro con le più alte autorità religiose di Israele, nella sede del Gran Rabbinato, fuori dal dedalo della Città Vecchia, nella Gerusalemme commerciale. È un lungo discorso, quello che pronuncia il pontefice di fronte ai due gran rabbini, l’ashkenazita Yona Metzger e il sefardita Shlomo Amar. Un discorso in cui le parole pesano e vengono soppesate, ancora una volta. “La fiducia è, fuor di dubbio, un elemento essenziale di un dialogo efficace”, dice Benedetto XVI. E aggiunge: “ripeto che la chiesa cattolica è irrevocabilmente impegnata a proseguire sulla strada scelta dal Concilio Vaticano Secondo, per una genuina e durevole riconciliazione tra cristiani ed ebrei”. Non ci sono equivoci stavolta. Almeno così sembra.
È nella valle di Giosafat, di fronte ai palestinesi cristiani, alle suore, ai preti, ai filippini che a Gerusalemme lavorano, che Benedetto XVI descrive la durezza di una città come Gerusalemme. “Ebrei, musulmani e cristiani, allo stesso modo, chiamano questa città la propria casa spirituale. Ma quanto bisogna fare per trasformarla veramente in una “città della pace” per tutti i popoli, dove tutti possano venire in pellegrinaggio in cerca di Dio, e poter sentire la sua voce”.

“NESSUNA SCUSA”. E ISRAELE CONTESTA IL SILENZIO DEL PAPA

“Nessuna scusa”. Sulla prima pagina dei due più diffusi giornali israeliani, Yediot Ahronot e Maariv, campeggiavano titoli simili. E la stessa accusa: Benedetto XVI non ha chiesto scusa, al memoriale dello Yad Vashem che ricorda i sei milioni di ebrei uccisi in Europa durante il nazismo. Nessuna nota biografica, nessun ricordo della sua gioventù tra gli ausiliari della contraerea tedesca. Nessuna sottolineatura di quel suo essere, prima ancora che papa di Roma, un tedesco. È un coro di commenti delusi, di veri e propri attacchi, di rammarico per una occasione perduta, quello che si ascolta a Gerusalemme. Tra la gente normale, tra chi fa opinione e tra i politici.
Se le nuances variano da persona a persona, il quadro complessivo è che a nessuno, o quasi, degli israeliani di religione ebraica è piaciuto il discorso di Benedetto XVI allo Yad Vashem. Soprattutto, non è piaciuto l’universalismo contenuto nel messaggio del papa. Il duro commento dello speaker della Knesset, Reuven Rivlin, è quello che più sintetizza la critica. “Stiamo parlando del papa”, ha detto Rivlin alla radio israeliana, “che ha parecchio da farsi perdonare dal nostro popolo”. “Ed è anche tedesco”, ha aggiunto, e invece “è venuto e ci ha parlato come uno storico, come un osservatore, come uno che esprime le sue opinioni su cose che non sarebbero mai dovute accadere”.
Studiato, dissezionato, osservato con la lente d’ingrandimento, il discorso di Benedetto XVI è stato contestato parola per parola. A cominciare da quel “uccisi” al posto di “massacrati” che ha suscito le reazioni più aspre, da parte degli opinionisti israeliani. E non per questioni semantiche.
Un “buongiorno” probabilmente inatteso quello di ieri, per i consiglieri del pontefice di Roma, che si sono trovati ad affrontare la giornata politicamente più delicata a Gerusalemme come il famoso vaso di coccio in mezzo ai due vasi di ferro. Quello degli israeliani e, dall’altra parte, quello dei palestinesi musulmani.
Sul fronte palestinese, infatti, la giornata si è aperta col chiacchiericcio di strada sull’intervento a sorpresa di sheykh Taysir al Tamimi, la figura più autorevole nell’ambito giudiziario islamico in Palestina, che lunedì sera aveva attaccato Israele durante l’incontro interreligioso del papa con cristiani, musulmani ed ebrei. E il chiacchiericcio era un coro unanime, sia che i palestinesi fossero di fede cristiana o musulmana: sheykh Tamimi ha fatto bene, ha detto le cose come stanno. Cosa si aspettavano, che non dicessimo nulla su quello che è successo a Gaza, o che succede a Gerusalemme est e in Cisgiordania? Il sentimento popolare, dunque, era con sheykh Tamimi, condannato invece senza mezzi termini dal comunicato della sala stampa emesso già la stessa sera. Una conferma che gli occhi di Roma non sono gli stessi con i quali, in questo mezzo di Medio Oriente, si vedono e si interpretano le parole e i fatti.


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Aggiornati anche sul blog di Paola Caridi invisiblearabs



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