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LA REALTA' PERTURBATA DI ESPERIA 27/04/09

L'esordio narrativo di Graziano Graziani: un'enciclopedia fantastica che in filigrana lascia affiorare il legame sotteraneo tra le città omologate dal mercato unico e dai suoi ipermercati. Una scrittura che alla miseria del "vero" oppone l'angoscia del verosimile.

Azzurra D'Agostino

Lunedi' 27 Aprile 2009
Ci sono figure nella storia dell’umanità che sono come dei cunei e assieme dei pungoli, dei motori del pensiero. Una di queste, restando in Occidente, è quel filosofo napoletano che visse tra Sei e Settecento di nome Vico. Giambattista Vico fu un pensatore controcorrente, che in epoca di cartesianesimo imperante individuò proprio in Descartes l’antagonista del proprio pensiero; un filosofo inattuale, che non riconobbe la portata epocale della rivoluzione scientifica, restando legato a un ideale del sapere di stampo decisamente umanistico. Mentre il mondo andava ordinandosi secondo l’efficace incrocio degli assi cartesiani in cui noi siamo in qualche modo ancora impigliati, Vico si divincolava, non accettava le coordinate che avrebbero dovuto contrassegnarlo. Irrequieto davanti al potere dell’intelletto, dava maggior credito all’immaginazione, considerandola anzi la forma primaria del pensiero umano. Giunse persino a dire che questa facoltà, deprecata dai suoi contemporanei rapiti dal furore scientifico e razionalista, sta alla base della società umana, in quanto generatrice dei miti coi quali l’uomo accede alla civiltà. Ossessionato dalla verità – al pari del suo collega francese – invece di pretendere di dominarla, la relegò a un regno altro, al sapere divino, scrivendo nero su bianco che non la verità, ma solo il verosimile, è accessibile alla conoscenza umana. Proprio dal verosimile si può partire per parlare di Esperia, l'esordio narrativo di Graziano Graziani pubblicato dall'editore Gaffi. L’autore, in una sorta di precisazione terminologica che percorre per inserti la narrazione in varie tappe del volume, ci indica possibili significati del nome di una città che non è una città e che dunque a partire dalla parola che la contraddistingue (Esperia, appunto), può essere identificata solo in modo del tutto convenzionale. L’autore, per precisarla, procede per ipotesi: “c’è chi parla di una non casuale vicinanza con l’esperanto”, chi ricorda l’assonanza con “speranza”, chi fa derivare il lemma dal verbo latino “experior” che significa “sperimentare, mettersi alla prova” – dunque, in un certo senso, anche “smarrirsi”. Al di là del fatto che esiste effettivamente un paesello in provincia di Frosinone denominato proprio con tale toponimo, non pare casuale che, dal nome dell’astro Espero, gli antichi greci designassero la penisola italica e le terre d’occidente. E qui salta nuovamente fuori la questione del verosimile. Perché in questa serie di racconti dal volto surreale e tragicomico, legati tra loro non da un tema ma da un modo di vedere, ovvero il dare risalto all’intercapedine che nel quotidiano lascia spazio all’invisibile, al sovvertimento, all’inatteso, c’è come un’aria di casa. Un’aria perturbante, è vero, fatta di oggetti quotidiani che assumono tratti spettrali (un frigorifero, una coperta), ma che proprio grazie a tale dettaglio imprevedibile si rendono riconoscibili. Poco importa, in fin dei conti, che si citino il Brasile, il Portogallo, o il Nord Europa: perché tutti questi luoghi in qualche modo si somigliano e si rendono familiari, collegati come sono – sotterraneamente – da una serie di gallerie che nel racconto affacciano immancabilmente su un centro commerciale, o una metropolitana. Come sottolinea Ottonieri, “iper-luoghi” che vanno a tracciare un immaginario che, stravolgendo il reale, lo lascia riaffiorare in filigrana. In effetti, un centro commerciale è un centro commerciale, in Esperia come nella realtà. E i poveri disgraziati che ci si perdono, descritti in modo bonario e giocoso, spesso presi per pazzi dagli “altri”, in verità richiamano stati e impressioni da tutti esperibili. Che, forse, nessuno ha mai avuto la sensazione, guidando nella propria città, di un palazzo all’improvviso spuntato dal nulla? O di un senso unico che solo fino a ieri era doppio? O, magari, che in un supermercato non fossero in realtà presenti specialisti pagati per marciare a un ritmo sostenuto, in modo da mettere un’ansia placabile solo con l’acquisto? Di tanti romanzi esplicitamente dedicati all’Italia (al mondo?) di oggi e alle sue nevrosi, alle sue contraddizioni, pochi sembrano calzanti come questo, che all’apparenza parla di tutt’altro. Graziani si occupa del verosimile, dei confini più sottili, del disordine, dello scarto, lasciando così trasparire – senza presunzione alcuna – proprio ciò che più da vicino ci riguarda. Un’opera d’esordio onesta, spassosa e densa di pensiero che, nell’essere un fatto – parafrasando Vico – attiene al vero.



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