Amisnet, Agenzia Radio Comunitaria Campagna Supporto 2005 Amisnet


Filippine, un populista a Palazzo

IPOTESI APERTE SUL RAPIMENTO DI DEL TORCHIO

Sequestro a Mindanao

FILIPPINE, L'ONU PARLA DI 4.460 MORTI, ARRIVA LA PORTAEREI USA 15/11/13

DISASTRI NATURALI: I PAESI IN VIA DI SVILUPPO I PIÙ COLPITI 14/11/13

TUTTI I SOLDI DI HAYAN 13/11/13

HAYAN SI ABBATTE SULLA CONFERENZA SUL CLIMA 12/11/13

LA CORSA DEL TIFONE HAYAN 10/11/13

MINDANAO, ALTA TENSIONE COL FRONTE MORO 19/9/13

FILIPPINE,LEGGE MARZIALE A MAGUINDANAO 6/12/09

FILIPPINE, POCHI I SOLDI PER FAR FRONTE ALL'EMERGENZA POST-TIFONE 15/10/09

FILIPPINE, OK AL BLITZ PER LIBERARE VAGNI 23/4/09

COS'E' ABU SAYYAF 23/4/09

FILIPPINE,L'ITALIANO ANCORA NELLE MANI DI ABU SAYYAF 19/4/09

FILIPPINE: OSTAGGI NELLA GIUNGLA DI ABU SAYYAF 1/4/2009

COS'E' ABU SAYYAF 23/4/09


Come è nato e continua a sopravvivere la cellula più estremista dei separatisti che chiedono l'indipendenza

Sonny Evangelista

Giovedi' 23 Aprile 2009


Un filo di perle. Così appare al navigatore che si avventura nel mar delle Sulu, la corona di isole come Basilan, Jolo, Tawi-tawi che, nell’estremo sud dell’arcipelago delle Filippine, si protende verso il Borneo malaysiano. Mare cristallino, foreste lussureggianti, spiagge incontaminate, luoghi dove in molti casi non è arrivata la corrente elettrica, dove la vita degli indigeni locali, pescatori e agricoltori, è ancora legata ai ritmi della natura. E’ qui, fra le grotte marine e la foresta pluviale, che il gruppo radicale “Abu Sayyaf” (“Il brando di Dio”), è nato e cresciuto, ha messo le sue basi logistiche, ha affinato le sue tecniche di guerriglia, grazie a contatti, passati e recenti, con altri gruppi combattenti islamici nelle Filippine, in Indonesia, in Malaysia e anche in Medio oriente.
Da secoli il mar delle Sulu è un mare di mercanti e pirati, di poveri pescatori e danarosi uomini d’affari, di missionari cristiani e di ustadz musulmani. Oggi è soprattutto un mare dove si confrontano da anni terroristi e di militari, guerriglieri islamici e polizia, in un contrasto che vede, da una parte, le legittime rivendicazioni sociali e politiche della consistente minoranza musulmana (sei milioni di persone); dall’altra un governo che, negli ultimi decenni, ha offerto reali concessioni federaliste, ha creato una “regione autonoma” per la comunità musulmana, ha cercato di integrare la minoranza nel tessuto della repubblica, pur fallendo nei piani di sviluppo socio-economico.
Eppure, fra alti e bassi, fra negoziati avviati e poi saltati all’ultimo minuto, fra strette di mano e proclami di odio eterno, fra tregue e stagioni dense di attentati, oggi si è di nuovo alla guerra senza quartiere. L’apporccio della presidente Gloria Arroyo verso la “questione islamica” – notavano in questi giorni alcuni analisti musulmani locali – non si distacca di molto da quella dello spietato dittatore Marcos, o dalla “guerra totale” dichiarata dall’altro ex presidente Joseph Estrada. Sembra che Manila voglia oggi far leva solo sulla forza bruta per mettere i guerriglieri nell’angolo e costringerli alla resa.
Ma qui occorre addentrarsi meglio nella galassia dell’islam filippino e nei suoi movimenti armati. Distinguendo fra l’altro – come d’altronde fa Manila – fra gruppi guerriglieri e gruppi terroristi. Movimenti come il Moro National Liberation Front e il Moro Islamic Liberation Front, fautori di una lotta di liberazione, nati negli anni ’70-‘80 per portare a galla la questione e gli interessi negletti della comunità islamica filippina, sono considerati legittimi e le due formazioni sono state e sono interlocutori del governo: con loro Manila ha negoziato, ad esempio, la creazione della regione autonoma musulmana. E, nell’autunno 2008, una Commissione bilaterale aveva redatto un Protocollo di intesa che, se non fosse stato rigettato in extremis dalla Corte Suprema, avrebbe potuto segnare l’inizio di una nuova era di pace.
Accanto ai movimenti guerriglieri (che hanno alternato negli anni resistenza armata e colloqui di pace), sono però germogliati gruppi più radicali che, sebbene sorti dal medesimo humus sociale e dallo stesso background religioso, hanno assunto il terrorismo come mezzo di lotta, rifacendosi all’interpretazione dell’islam militante wahabita, giungendo ben preso agli onori delle cronache grazie ad assassini, crudeltà, sequestri. Sono i gruppi come “Abu Sayyaf” che hanno mescolato, in una melassa letale, nazionalismo e jihad, rivendicazioni politiche e guerra di religione, senza disdegnare veri e propri atti di “pulizia etnica” in villaggi cristiani o clamorose e brutali decapitazioni di ostaggi o degli odiati militari.
I fondatori, Abubakar Janjalani, studente islamico che ha vissuto in Arabia Saudita, e suo fratello Khadafi Janjalani sono stati eliminati (anche grazie agli interventi dell’intelligence militare Usa), ma il gruppo ha continuato a trovare ricambi nella leadership e nel reclutamento di combattenti. Oggi “Abu Sayyaf” è nella lista ufficiale dei gruppi terroristi e continua a imperversare nelle Sulu minacciando soprattutto turisti, religiosi e missionari, esponenti di Ong e imprenditori stranieri, rapiti e usati a scopo di estorsione.
Vagni e gli altri operatori della Croce Rossa sono le ultime vittime di una drammatica storia, che ha visto in passato una lunga scia di violenza morte. Proprio loro, sbarcati nelle Sulu per cercare di contrastare l’emergenza umanitaria in corso nella zona, dato che il conflitto persistente ha generato oltre 500mila sfollati.

Oggi su il Riformista



Powered by Amisnet.org