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MANDELSHTAM, IL POETA A NASO IN SU TORNA A MOSCA 3/4/09

È il monumento - il quarto in Russia - che la capitale russa a dicembre ha dedicato a Osip Mandelshtam, il poeta morto 70 anni fa in un GULag siberiano. Tutto per quell’Ode a Stalin, un contro-elogio in 14 versi dove il piccolo padre è “il montanaro del Cremlino”, dalle “dita grasse come vermi” e “baffi di scarafaggio”.

Lucia Sgueglia

Venerdi' 3 Aprile 2009
MOSCA – A pochi passi dal vecchio Arbat, nel cuore storico di Mosca, un volto d’uomo pensoso e sognante alza il mento verso il cielo. Gli occhi chiusi, la camicia sbottonata, senza cravatta. Non è fatto di carne ma di bronzo, sul piedistallo in granito che lo regge stanno incisi i suoi versi immortali. È il monumento - il quarto in Russia - che la capitale russa a dicembre ha dedicato a Osip Mandelshtam, il poeta morto 70 anni fa in un GULag siberiano. Tutto per quell’Ode a Stalin, un contro-elogio in 14 versi dove il piccolo padre è “il montanaro del Cremlino”, dalle “dita grasse come vermi” e “baffi di scarafaggio”. Un ritratto della tirannide in forma bestiale, mai scritto ma mandato a memoria dal poeta, dopo gli “inviti” ufficiosi a non pubblicare poesie. Mandelshtam lo recita nel ‘33 a casa di Boris Pasternak, tra i presenti c’è il suo futuro delatore. Nel 1934 la polizia politica del Nkvd irrompe nel suo appartamento, lo arresta poi lo rilascia, inizia l’esilio tra Cherdyn e Voronezh (1935-1937) dove scrive i Versi al milite ignoto. Infine il nuovo arresto, per “attività controrivoluzionarie”: è il 1 maggio 1938, culmine del Grande Terrore. Condannato a 5 anni di lavori forzati, Mandelshtam si spegne il 27 dicembre, distrutto da freddo e stenti, il suo corpo finisce in una fossa comune.
“Scegliere il luogo giusto è stato difficile: fu sempre un nullatenente senza fissa dimora, vagabondava tra le case di amici e parenti, finché il kgb non gli assegnò un alloggio proprio per sapere dove prelevarlo”. Evgenj Bunimovich, poeta, deputato alla Duma di Mosca per il partito di opposizione Yabloko e vice presidente della Commissione cultura, ne è convinto: i russi non hanno dimenticato l’età d’argento della loro poesia, quella sfortunata e talentuosa generazione cui il poeta nato nel 1889 a Varsavia da famiglia ebraica apparteneva con Akhmatova, Pasternak, Blok. E il favorito è proprio l’autore di Pietra (Kamen, 1913). Affacciato a una finestra sulla piazza dove sorge il memoriale che ne ricorda quell’aria da ragazzo sbadato eppure ossessionato dal potere della parola poetica che voleva salvare dalla rigidità staliniana, Mandelstam scrisse molti suoi versi, ospite del fratello Aleksander. La casa non c’è più, ma rimane un pezzo di muro, tra una Sinagoga, una chiesa ortodossa e una cattedrale. L’inaugurazione ha avuto grande risalto sui media, e nonostante sia nascosto tra i palazzi la gente viene a vederlo, a volte legge dei versi come è accaduto il 21 marzo per il premio Mandelshtam. Un’amore sempre vivo, quello dei russi per la poesia. “Poesia è potere” disse Mandelshtam nei tempi in cui il potere temeva molto quella passione del popolo: "Esiste un altro posto al mondo dove la poesia è motivo comune per gli omicidi?". E oggi, cosa resta della sua eredità nella Russia del 2009? La politica se ne disinteressa, ma la poesia resta popolarissima. Siti web, concorsi, una nuova rivista sceglie di chiamarsi Vozduk (Aria) in onore di Mandelshtam. Nei negozi di design c’è una linea di t-shirt e cartoleria ispirata a lui. La mitica diva pop Pugacheva ha in repertorio due canzoni tratte da suoi testi, i più duri e difficili. Una moda? “Direi un mito che resiste: fu l’eroe di una generazione di dissidenti, dagli anni 70 dell’Urss quando fu pubblicata la sua prima raccolta di liriche, seppur censurata, che la moglie Nadezhda aveva salvate dall’oblio: l’impatto fu enorme. Io ero uno studente, capii che quei versi erano proibiti perché geniali, passavo notti a ribatterli a macchina” dice Bunimovich, fondatore della Società Internazionale Mandelshtam.
Autore-culto per i giovani della perestrojka, nel 1991 le poste ancora sovietiche gli dedicano un francobollo. E la sua eredità “antitotalitaria”? “Versi e destino personale sono cose diverse, ma inscindibili per chi lo ama – spiega Bunimovich. - Un poeta anti Stalin, morto nel lager, il corpo disperso… per tante famiglie vittime delle purghe resta un simbolo. Forse tra tutti i classici russi, è il più attuale, un poeta “vivo” cui molti nuovi poeti si ispirano”. Ma tracce di critica politica, in Russia ancora rara, si rintracciano solo nella nuova Lirica Civile (grazhdansky lirik) degli autori (35enni) di “Vreme Che”, miscellanea contro la guerra cecena.
Nel monumento c’è anche un po’ d’Italia, per il poeta che nel lager portò una copia della Divina Commedia, e di Ovidio, lo stesso destino randagio. Il busto è incorniciato da un portico stilizzato: “un’allusione alla campagna romana. È la testa del poeta del 20esimo secolo dentro una cornice classica”.

Uscito nelle pagine Culturali del Il Messaggero



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