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RUSSIA: DOPO LA CECENIA, PERICOLO DAGHESTAN 9/4/09

Da qualche anno la capitale del Daghestan ha visto decine di attentati dinamitardi contro polizia e rappresentanti del governo filo-russo, con centinaia di vittime. Nel Caucaso russo è la repubblica più grande e popolosa, la più complicata con le sue 32 etnie e lingue, la più devota all’islam, la più povera e corrotta. E oggi la più instabile. Proprio mentre la vicina Cecenia annuncia, forse, il ritiro di parte delle truppe russe per “pericolo cessato”. Magari per trasferirle qui? Reportage di Lucia Sgueglia che l'ha visitato nei giorni dell'operazione russa antiterrorismo (foto D. Monteleone: la piazza centrale a Ghimri)

Lucia Sgueglia

Mercoledi' 9 Aprile 2008
Makhachkala – Al mattino la "città delle esplosioni" si sveglia quieta e intorpidita. Nella spiaggia affacciata sul Caspio, immersi in una luce che sa già d’Oriente, gli atleti della lotta libera fan jogging davanti alle ville dei nuovi ricchi. Poi all’ora della preghiera, pausa nelle cabine per il namaz. Da qualche anno la capitale del Daghestan ha visto decine di attentati dinamitardi contro polizia e rappresentanti del governo filo-russo, con centinaia di vittime. Nel Caucaso russo è la repubblica più grande e popolosa, la più complicata con le sue 32 etnie e lingue, la più devota all’islam, la più povera e corrotta. E oggi la più instabile. Proprio mentre la vicina Cecenia annuncia, forse, il ritiro di parte delle truppe russe per “pericolo cessato”. Magari per trasferirle qui?
Lasciando la città per l’entroterra, verso sud, incappiamo subito in posti di blocco, controlli e interrogatori estenuanti, specie per gli "stranieri" come noi. Polizia, servizi segreti e militari pesantemente equipaggiati. La vera battaglia si combatte qui, tra i monti. A soli 30 km dalla capitale, nel distretto di Karabudakhkent, per tre giorni fino al 23 marzo, proprio mentre ci trovavamo qui, Mosca ha messo in campo militari, forze speciali, elicotteri da combattimento, artiglieria e blindati. Bilanco finale: 23 vittime, tra “guerriglieri” e federali. È una delle tante “operazioni speciali” in corso nella repubblica, parte della “Lotta di profilassi contro il terrorismo”. Chi sono i nemici? Per il governo locale, che ha promesso a Mosca pugno di ferro per stroncarli in cambio di una valanga di quattrini, sono “wahabbiti”, ribelli armati che sognano l’indipendenza e uno stato islamico, dove regni la sharjat.
Ma non tutti i daghestani la pensano così. La strada verso il villaggio di Gubden è chiusa “per fondamentalismo” da settembre, quando qui furono uccisi 5 poliziotti. Ma gli abitanti preferiscono dirsi “tradizionalisti”, e denunciano gravi violenze e soprusi dei servizi segreti (Fsb) contro chi “non collabora”. Molti ribelli vengono da qui, le loro famiglie vengono accusate di dargli supporto. Giovanissimi, nei boschi troverebbero armi, addestratori reduci dalla Cecenia, denaro, narcotici, predicatori fanatici. Ma per Ashab, 48 anni e un viso da vecchio, due guerre a Grozny dalla parte di Mosca, il nodo è un altro: “Una prova di forza tra governo e poteri locali ‘disobbedienti’ che si trascina da molto e si è deteriorata nella spirale delle vendette”.
A est verso il confine ceceno e georgiano, insegne e segnaletica cirillica cedono il passo a scritte in lingue locali e arabo. Sono le terre del leggendario imam Shamil, eroe della resistenza caucasica contro la Russia zarista. A Gimri, suo villaggio natale, il “regime speciale” è finito nell’agosto 2008, dopo 9 mesi. Un record. In una di queste dacie, 9 mesi prima, era stato freddato il vice presidente del parlamento daghestano. 700 siloviki in azione, 56 morti. L’accesso è tuttora presidiato da militari e Fsb, ma passiamo. Più tardi questa "irregolarità" la pagheremo con altri fermi e interrogatori. Sulla piazzetta centrale un gruppo di uomini sta sgozzando un vitello prima del namaz, ci guatano diffidenti ma non ci cacciano. Gli abitanti di Gimri han fama di mercenari: qui nella prima guerra cecena il comandante Khattab reclutò i suoi militi per lanciarli contro Mosca: "Con mille dollari al giorno, si dice - ricorda il nostro autista Magomed. - Poi il paese rifiutò di consegnarli allo Stato, e da allora è in atto una lotta a colpi di agguati e bombe. E ora non c'è via d'uscita. Non vogliono lavorare, né arrendersi e scontare la prigione”. Il sindaco, Alisa Magomedgereevich, poco abituato alle visite, ha voglia di parlare: “Eccomi qua, sono anch’io un wahabbita - scherza con sguardo di sfida. - Vi dico io qual è il vero problema. Separarci da Mosca non conviene, anche se a molti piacerebbe: da lì proviene l’80% del nostro budget, il 100% delle pensioni. Ma quassù da noi non arriva nulla. Perché i nostri politici son corrotti fino al midollo. C’è disoccupazione all’80%, ogni potere è in mano ai vecchi capiclan. Ecco cosa combattono i nostri ragazzi”.
Gulnara Rustamova con l’associazione Madri del Daghestan ha documentato decine di casi di arresti illegali, abusi sui fermati, esecuzioni extragiudiziali, minacce ai familiari a scopo estorsione: “Con la scusa del fondamentalismo. La violenza non è mai giusta, ma la fede religiosa non può esser considerata un crimine di per sé. In Russia vige libertà di culto. Purtroppo la legge speciale introdotta nel 1999, ha equiparato wahabbismo ed estremismo. Chi professa un islam ‘non tradizionale’ è perseguitato”. In Daghestan l’islam “ufficiale” è quello sufi, moderato: anche i suoi imam, ultimamente, sono bersaglio di attentati. Il fratello di Gulnara, Vadim, è stato ucciso a novembre in una "spezoperatzja" a Makhachkala. Sospetto “jihadista”, liberato con l’amnistia del 2006, poi accusato dell’omicidio di Telman Alishaev, autore di programmi tv contro il wahabismo: “Nessuna prova, se non confessioni estorte agli amici. Lo hanno freddato all’uscita da una conferenza stampa dove aveva raccontato le sevizie subite in carcere. Non vogliono restituirmi il suo corpo. Ci chiamano terroristi, perché obbediamo solo a Dio”, lacrima. Il governo considera le Madri fiancheggiatrici dei guerriglieri.
Una dacia in campagna nel nord più pianeggiante. Mamma Rukia, un figlio morto tra i ribelli due anni fa, è felice. Alla tv avevan fatto il nome del secondogenito, "nei boschi" da mesi, tra gli uccisi del 22: “Ma via sms ci ha fatto sapere che è vivo”. Il figlio minore mostra il cellulare: foto 1, un giovane in t-shirt rossa Champion sorride su un prato; foto 2, sempre lui, ma ha barba lunga e mimetica, imbraccia un fucile. “Non lo lasciavano in pace. Frequentava una madrassa ‘non allineata’, non beveva, non ballava…ha dovuto fuggire”. “Integralisti? A casa seguiamo la sharjat senza far male a nessuno, come tanti daghestani. La nostra è la retta via. Loro sbagliano. Allah li giudicherà”.
“Anche i poliziotti saltati in aria hanno famiglia, non dimentichiamolo - ricorda Marko Shahbanov, caporedattore di Novoe Delo, quotidiano d’opposizione, il più letto in Daghestan. Qui la stampa libera esiste. “I guerriglieri? 150 al massimo, esclusi i supporter, diretti e indiretti. Il problema va risolto in qualche modo.Ma la situazione è ormai sfuggita di mano al governo locale: l’Fsb fa il bello e il cattivo tempo, e ora il ministero degli interni pianifica di estendere ancora la zona di operazioni speciali, fin dove? Non credo che Mosca ispiri questo processo. Ma la corruzione lo gonfia; gruppi politici e finanziari sfruttano la religione per propri interessi; il potere la usa come pretesto per colpire gli oppositori. Insomma, rischiamo un’escalation”.

Il reportage è apparso lunedi 6 aprile sulla Stampa di Torino



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