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I tre operatori della Croce Rossa (fra i quali l'italiano Eugenio Vagni) rischiano la decapitazione. La banda dei sequestratori di Abu Sayyaf chiede il ritiro delle truppe filippine da Jolo, ma Manila risponde con il pugno di ferro

Sonny Evangelista

Mercoledi' 1 Aprile 2009
Spes ultima dea. Sono aggrappate alla forza della speranza le sorti dei tre ostaggi nelle mani dei guerriglieri di “Abu Sayyaf” (“Il brando di Dio”), sull’isola di Jolo, nelle Filippine Sud. Si tratta dei tre volontari della Croce Rossa rapiti a metà gennaio: l’italiano Eugenio Vagni, lo svizzero Andreas Notter e la filippina Mary Jean Lacaba. Si sa che sono vivi, perchè i ribelli non hanno dato seguito, per ora, alla minaccia di decapitare uno degli ostaggi, dopo l’ultimatum lanciato al governo filippino perché ritirasse tutte le sue truppe dall’isola di Jolo. La scadenza era stata fissata dai guerriglieri alle 14 di ieri (le 8 in Italia) ed è stata poi prolungata di altre 3 ore per consentire a due deputati locali di partecipare ai negoziati con i rapitori. Ma non si è venuti a capo della vicenda, nonostante gli appelli ripetuti di leader politici e religiosi (anche del papa).
Il governo di Manila, perciò, dopo aver in parte acconsentito alle richieste dei terroristi – ritirando alcuni contingenti – ha cambiato linea e ha dichiarato lo stato di emergenza a Jolo, avviando un’azione militare più pressante, con posti di blocco su tutta l’isola, perlustrazioni e l’entrata in scena delle forze speciali.
Il tutto per sconfiggere un manipolo di non oltre 300 combattenti male equipaggiati, che da quasi un ventennio tiene in scacco un esercito mille volte più potente, addestrato (anche grazie ai marines americani) e organizzato. Molti cercano di spiegare come sia possibile, soprattutto dopo i successi registrati da Manila nell’uccidere i capi storici e i nuovi leader del movimento radicale islamico. Il “trucco” sta nel continuo ricambio e nel reclutamento costante, possibile grazie all’humus politico, culturale e ideologico in cui è nato e ha prosperato il gruppo fondato all’inizio degli anni ’90 da Abubakar Janjalani, studente islamico che ha vissuto in Arabia Saudita e ha combattuto in Afghanistan.
Quella di Abu Sayyaf è una storia che ha attraversato diverse fasi: dall’idea originaria di voler restaurare nelle Filippine l’antico sultanato, antecedente alla colonizzazione spagnola, fino ai cambiamenti post 11 settembre, quando i contatti e le tentazioni qaediste hanno trovato nel malcontento dei musulmani delle isole Sulu una sponda preziosa (pur se piccola, locale e piuttosto disorganizzata) all’idea del jihad globale.
Ma Abu Sayyaf, sin dagli albori, ha guardato sempre poco oltre il suo naso e curato la sua sopravvivenza: i rapimenti di turisti americani, religiosi e missionari cattolici, esponenti di Ong, imprenditori stranieri, servivano in primo luogo a portare un ritorno in denaro, sono cioè a scopo di estorsione,
La sua attività si inserisce comunque nel delicato quadro delle Filippine Sud: nell’area vive da secoli una consistente comunità musulmana (6 milioni di persone) che non si è mai del tutto integrata – per ragioni storiche e politiche – nella cornice della Repubblica. Alla fine degli anni ’70 il diffuso malcontento è sfociato nella nascita di movimenti guerriglieri islamici che rivendicavano l’indipendenza. Le trattative con il governo – e la possibilità di avere concessioni in senso federalista – hanno in parte dato frutti ma, dopo l’11 settembre, la comunità islamica filippina è stata oggetto di un tentativo di “colonizzazione” da parte dell’islam wahabita del Golfo: da qui il sorgere di gruppi incontrollati e del proliferare di bande che hanno inquinato la società, radicalizzando istanze preesistenti, dando nuova linfa ideologica a movimenti e rivendicazioni di carattere locale.
Il collasso del processo di pace fra governo e gruppi ribelli – registrato
nell’agosto 2008 – ha ridato fiato ai gruppi armati. Anche perchè Manila ha risposto col pugno di ferro, senza risparmiare bombardamenti e iniziative militari terrestri che hanno creato scompiglio nella società e costretto alla fuga oltre 500mila sfollati, generando una crisi umanitaria con tristi precedenti solo ai tempi della dittatura di Ferdinando Marcos.
In qualche modo Abu Sayyaf, con i suoi sequestri, i blitz e la pirateria-lampo nei mari del Sud, tiene una luce accesa sulle antiche questioni dell’islam filippino. Per questo gode dell’appoggio di parte della popolazione, trova nuovi adepti, rinnova i suoi quadri.

L'articolo è uscito oggi su il Riformista



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