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Un'infermiera canadese, un medico francese e un medico italiano, Mauro D'Ascanio, sono stati rapiti mercoledì sera nel compound di Msf Belgio a Safar Omra, 200 km circa da El Fasher, la capitale del Nord Darfur

Irene Panozzo

Venerdi' 13 Marzo 2009

Sono arrivati mercoledì sera, poco dopo il tramonto: uomini armati sono entrati nel compound della sezione belga di Medici senza frontiere (Msf) a Saraf Omra, centro del Nord Darfur a circa 200 km dalla capitale El Fasher. E hanno ordinato alle cinque persone presenti, due sudanesi e tre stranieri, di seguirli. Non è stata usata nessuna violenza, hanno poi rivelato i due operatori sudanesi liberati poche ore dopo. Ma a più di ventiquattro ore di distanza, Laura Archer, infermiera canadese, Raphael Meonier, medico francese, e Mauro D’Ascanio, medico italiano, sono ancora sotto sequestro. Starebbero bene, ma come, chi e perché li abbia rapiti è ancora tutto da scoprire.
L’ipotesi più facile, tanto più che a rimanere nelle mani dei rapitori sono solo i tre cittadini non sudanesi, è che il sequestro sia stato compiuto a scopo di estorsione. Ieri era già circolata la notizia, smentita però da Msf, dell’arrivo di una richiesta di riscatto. La motivazione economica potrebbe però non essere l’unica. In passato, in Darfur e nel vicino Kordofan, c’erano stati episodi di rapimenti gestiti da gruppi ribelli, ma si era trattato soprattutto di attacchi mirati ai lavoratori delle imprese petrolifere cinesi, accusate di sostenere il governo di Khartoum. In questo caso è difficile individuare una motivazione politica, visto che Msf Belgio era a Saraf Omra per gestire una clinica e un dispensario che servono decine di migliaia di persone.
Sarà quindi particolarmente difficile individuare i responsabili. Secondo fonti locali citate ieri dalla Misna, la pista più accreditata sarebbe quella dell’insicurezza. La zona di Saraf Omra, non molto distante dal confine tra Sudan e Ciad, è considerata una delle più pericolose di tutto il Darfur, dove quotidiana normalità sono le scorribande di predoni, di diversi gruppi ribelli sudanesi parte del conflitto civile in corso dal 2003 o di ribelli ciadiani che usano quest’area come base per la loro guerra oltre confine.
Alla diffusa insicurezza ormai “tradizionale” nell’area si è aggiunta la tensione dell’ultima settimana. Perché la tempistica di questo sequestro, anche se non può certo costituire una prova di responsabilità, non è da dimenticare. Il 4 marzo, dopo sette mesi di camera di consiglio, i giudici del Tribunale penale internazionale hanno spiccato un mandato di cattura internazionale a danni del presidente del Sudan Omar al-Bashir, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Darfur dal 2003 in poi. L’arrabbiata reazione del governo sudanese, largamente prevedibile, non si è fatta attendere e il giorno stesso, mentre Bashir raccoglieva il sostegno della folla per le strade del centro di Khartoum, tredici grandi ong internazionali, tra cui Msf Olanda e Msf Francia, sono state espulse, con effetto immediato.
Passa qualche giorno e domenica il presidente della repubblica, ancora impegnato a dimostrare il suo consenso interno, si reca proprio a El Fasher, la capitale del Nord Darfur, facendosi riprendere mentre balla, brandendo il suo bastone, di fronte alla folla inneggiante. Immagini che hanno fatto il giro del mondo, assieme alle parole di sfida alla comunità internazionale pronunciate da Bashir quel giorno: “espelleremo tutti coloro che vanno contro le leggi sudanesi, siano essi organizzazioni di volontariato, missioni diplomatiche o forze di sicurezza”.
Ieri, dopo la conferma del rapimento, il ministero degli esteri sudanese ha in realtà usato toni molto più pacati, rassicurando sulla salute dei rapiti e garantendo i propri sforzi per liberarli. Stesso impegno assicurato anche dal ministro degli esteri italiano Franco Frattini, che, come sempre in questi casi, ha chiesto “cautela e silenzio stampa” sulla vicenda. Accanto alla nostra diplomazia (e, verosimilmente, a quella francese e canadese), le parole di Frattini lasciano intendere che si sono attivati anche i contatti di quella grande organizzazione che è Medici senza frontiere. Anche se il rapimento dei suoi tre operatori sembra essere stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, facendo decidere all’organizzazione di interrompere tutte le sue operazioni in Darfur e ritirare tutto lo staff internazionale delle sezioni rimaste dopo le espulsione della scorsa settimana, ovvero Svizzera, Spagna e Belgio. Nella regione rimarranno, ha precisato ieri un comunicato dell’organizzazione, “solo alcuni operatori strettamente necessari per seguire la vicenda dei colleghi rapiti”.

L'articolo è oggi anche su il manifesto



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