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Jammela accoglie i visitatori del cimitero fuori da Najaf vendendo loro candele e incenso. Non ha uno stipendio, né la garanzia di riuscire a portare a casa alla fine della giornata quanto basta per mangiare. Ma da quando il marito è stato ucciso, è l’unica fonte di guadagno per lei e i suoi quattro figli
(Foto di Ceerwan Aziz- Oxfam International)

Tiziana Guerrisi

Domenica 8 Marzo 2009

Sotto il sole e la pioggia, Jammela accoglie i visitatori del cimitero che si trova a quattro chilometri dalla sua casa di Najaf in Iraq, vendendo loro candele e incenso. Lo fa da dieci anni, da quando ne aveva quaranta. Non ha uno stipendio, né la garanzia di riuscire a portare a casa alla fine della giornata quanto basta per mangiare. Ma da quando il marito è stato ucciso nella guerra del Golfo, il lavoro al cimitero è l’unica fonte di guadagno per lei e i suoi quattro figli.
“Il mio lavoro è degradante, pericoloso, umiliante e faticoso, ma che ci posso fare?” si chiede. “E poi lavorare serve a mantenere l’onore, è meglio che chiedere l’elemosina, del resto sono stata in grado di fare crescere tre figlie e un figlio, e di sopravvivere tutti questi anni con questo lavoro”. Un’impresa. Jammela è sola, lo Stato sembra lontanissimo: nonostante sia vedova, il governo di Baghdad non le ha mai assegnato una pensione, nessun sostegno per i figli. Ha provato in più occasioni a chiedere agli uffici del governo, senza ottenere nulla: “Il sistema è corrotto, devi avere delle conoscenze importanti per avere qualsiasi tipo di aiuto”.
Un affanno costante e quotidiano, che nel quotidiano si dissolve e non produce che un riparo passeggero, perché lo spazio della progettazione si comprime fino a scomparire. Lo sa bene Jammela, che pensa con angoscia agli anni a venire. “Sono preoccupata, le cose peggioreranno quando invecchierò. Come provvederò a mio figlio e a me stessa?”. Come piombo torna l’angoscia per quel figlio che vive con lei, e che una bomba americana piombata troppo vicino all’avamposto dell’esercito iracheno dove il ragazzo lavorava ha trasformato. Sono passati quattro anni, ma dallo shock non si è mai ripreso. “Non si rende conto di quello che gli succede intorno” spiega la madre.
Per Jammela la guerra ha voluto dire molte cose: gli scontri e la violenza continua che hanno fatto decidere alla Polizia di Najaf di vietare l’accesso al cimitero anche per lunghi periodi, lasciandola spesso per settimane senza lavoro: “a volte sento degli spari qui vicino, vedo in strada i corpi di uomini e donne uccisi, d’istinto mi avvicino ai check-point militari per avere un po’di sicurezza. Ma è un’illusione, da nessuna parte è veramente sicuro”. Ancora, il trauma del figlio, la vita nell’insediamento irregolare messo su dopo il 2003 dove vivono in condizioni disastrose: con l’elettricità per appena tre ore al giorno, senza che ci sia nella zona la possibilità di assistenza sanitaria, e con un’unica fonte d’acqua mischiata alle acque fognarie che le è costata la perdita di un rene.
Quando va bene, racconta Jammela, guadagna 7 dollari al giorno. L’equivalente di due razioni di cibo per lei e il figlio. “Dipendo solo da me stessa”, ripete. Una frase che è un filo conduttore nella vita di molte delle 1700 irachene intervistate da Oxfam International insieme all’associazione irachena “Al-Amal”: secondo una stima approssimativa, in Iraq al momento le vedove sarebbero circa 740 mila. Più di 75 per cento di quelle che Oxfam ha contattato, non ricevono aiuti statali. Per Shafeeka, 59 anni, la situazione è ancora più complicata, perché non sa neanche se suo marito, scomparso durante la guerra del Golfo, sia vivo o morto. La sua vita non era semplice neanche prima della guerra del 2003, ma aveva una casa e un lavoro. “Appena è iniziata la Guerra, invece, il prezzo delle case è salito drammaticamente”. Un giorno il padrone di casa le dice di andarsene. “Ho venduto tutto quello che avevo, ho tenuto un po’ di soldi da parte”. Da cinque anni vive in una tenda che si è costruita da sola in una zona isolata dove vivono i parenti del marito. Quando c’è abbastanza acqua coltiva un piccolo pezzo di terra, ma nella maggior parte dell’anno sopravvive solo con il cibo che passa il governo. “Non c’è acqua pulita, quando posso la compro e la conservo”. Con altre donne ha scavato un pozzo per l’acqua che le serve per cucinare. Il presidio sanitario più vicino è a 40 km. “Molte persone sono morte prima di riuscire ad arrivarci. Abbiamo protestato, ma nessuno ci ascolta.” Ma non sembra darsi per vinta. “Lavorerò fino l’ultimo giorno della mia vita, devo essere paziente sperando che un giorno le cose migliorino”. Dietro alla assoluta precarietà di queste donne si nasconde l’incertezza di migliaia di bambini che dipendono da loro. E succede allora ogni giorno che molte di loro si impuntino con ostinazione per conservare la base di un vivere pacificato, come fare studiare i propri figli, sia pure nell’incertezza totale. È quello che pensa Nour, che da sei anni vive in una stanza con i suoi tre bambini, in una casa che condivide con altre 17 persone a Sadr City. “Tutto cambiato dal 2003- racconta – ma i miei figli, tutti e tre, devono studiare: è la cosa più importante”. Così per anni si è arrangiata con due lavori, quando non di più, come donna delle pulizie. Per un periodo portandosi dietro il bambino più piccolo in attesa che fosse abbastanza grande per andare a scuola.
Ad aprile del 2008, però, una bomba la colpisce mentre rientra dal lavoro a casa: all’ospedale Al-Haytham dove la portano, che prima della guerra era una struttura specializzata dove venivano a curarsi anche dall’Egitto e dallo Yemen, non riescono a curarla perché mancano macchinari e farmaci. Alla fine perde l’occhio. “Ormai non c’è più niente che nella mia vita sia sotto il mio controllo – racconta - mi ripeto che vorrei solo essere sana per poter continuare a lavorare e aiutare i miei figli”.



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